Qualunque

(Qualunque persona normale si terrebbe fuori da un gioco come questo. Ma tu non lo sei. Perciò, fa’ esattamente quel che devi.)

-Qualunque gioco curioso mi attira come il miele fa con l’orso. Questo, poi! Parlare di una “passione”. Non una qualunque: la mia. E farlo aggiudicandosi una delle ventisei lettere dell’alfabeto, con una corsa da insonni maniaci del web…”

(Innanzi tutto, lascia che il tempo passi, che tutti si aggiudichino le migliori. Arriva appena un attimo dopo quello giusto: quel tanto in ritardo da vederti soffiare di mano l’intero alfabeto. Poi disperati con garbo, tanto per far credere di averci provato.)

-Sono arrivato buon ultimo per caso. E ho beccato l’ultima rimasta. La Q, ovviamente, mica una lettera qualsiasi!

(Per rendere il rammarico più credibile, chiedi se è ancora libera la Q, la più dura. Dichiara che potresti scrivere di quisquilie, oppure di una “qualunque” passione. Se l’avesse già presa Carlo, contattalo e chiedigli di dividerla a metà.)

-Poco dopo mi contatta Mariella, chiedendomi di scrivere qualcosa a quattro mani. Qualcosa avevo già iniziato a scrivere, ma…la sua proposta  mi è piaciuta subito.

(Fa’ in modo che ti dica di sì, che faccia il gentiluomo. Che non sospetti neanche per un momento che la Q, per te, è solo un pretesto per…)

-In ogni caso, il pezzo già abbozzato superava abbondantemente i 2000 caratteri, era oltre il limite del gioco. Perciò, tanto valeva accettare la proposta. Qualunque argomento, Qui, Quo, Qua – Quaquaraqua – Quisquilie….tutto avrei digerito pure di scrivere qualcosa di originale: e con Mariella, sapevo che avrei potuto!

(L’hai convinto. E adesso ti tocca darti da fare, a quattro mani per giunta! Con tutte le faccende importanti che hai da sbrigare, questa era l’ultima delle occupazioni da procurarsi. Ma tu, come al solito, hai seguito la tua unica, vera passione.)

-Ecco, è andata così. E devo dire che è stato un bel gioco!

(Complicarsi l’esistenza: proprio una passione qualunque.)

*

czap & (mariella tafuto)
Gioco di scrittura a 4 mani, con la lettera Q e con limitazione di battute, pubblicato su “Apostrofo”, 2005

 

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Alla parola “amore”

 La  lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, inaspettata.

Fu Moltani, la cui voce al citofono gracchiò un saluto prima di avvisare che bisognava firmare, a consegnargliela.  Fabio Cini, il destinatario, viveva da molti anni nel piccolo paese di provincia della bassa padana in cui Moltani era l’unico postino, e imprecò mentalmente prima di sollevare il ricevitore e sbadigliare un insonnolito buongiorno.

– Ehi, Giovanni, mi hai portato qualcosa di buono, almeno? Altrimenti, guarda, non faccio mica la fatica di scendere, neh?

-Mi sa che è di una donna, sig. Cini …

-Una donna? Magari!

La grafia non sembra promettere nulla di buono: lei, questa donna qui, l’ha fatta di sicuro soffrire.
-Hai sempre voglia di scherzare tu…

-Scenda, su, non mi faccia penare ancora che c’è la Rosina che mi aspetta per cena…

La Rosina era la fidanzata storica di Moltani, e tutti speravano che un giorno lui l’avrebbe finalmente sposata

-Capperi, arrivo subito!

Non si poteva lasciar freddare la cena della Rosina: nell’attesa dell’ improbabile matrimonio,  aveva ancora qualche chance se riusciva a prendere Moltani per la gola

–    Mi saluti la signora Alba, mi raccomando.

-D’accordo, arrivederci.

La lettera che Fabio Cini si ritrovò tra le mani era chiusa in una busta di carta sottile di colore verde acqua. D’istinto l’uomo l’annusò: profumava vagamente di acqua di rose. Il nome del mittente, “Sonia … ma dov’è che l’ho già sentito questo nome qui?”, e il suo, coi relativi indirizzi, erano stati scritti con inchiostro blu su etichette adesive.

 

Fu quello che lesse dopo aver aperto malamente la busta a lasciarlo completamente sconcertato.   

                “Amore mio,

se ti dicessi che non ha più alcun senso vivere, penseresti che esagero.
Domani forse avrò cambiato idea e chissà … forse  riuscirò a indossare di nuovo  la mia voce più leggera. Ma adesso, mentre ti scrivo, è  una parola spaventosa, domani.
Perché adesso – che il silenzio di questa notte in cui sono immersa è anche il tuo silenzio – sono senza maschere, senza pelle.
Sulle spalle nude ho solo il peso insopportabile di un’intera esistenza trascorsa a lottare inutilmente facendo finta di crederci, che alla notte più nera segue sempre un’alba.”


 –   Fabiooo! Fabio!

La voce piagnucolosa di sua moglie lo distolse dalla lettura.  Ficcò la lettera in tasca e ciabattò lungo il corridoio.

-Sì, arrivo …

-E’ successo di nuovo. Me la son fatta addosso … – si lamentò Alba quando Fabio la raggiunse in camera da letto.

-Ernestina sarà di ritorno a momenti; lei metterà tutto a posto.

-Non posso aspettare Ernestina, non capisci?! Non lo senti il tanfo?? Che schifo!! E’ un incubo, non può star succedendo davvero!! Dio, Dio, cosa ho fatto di male per meritarmi questo castigo??

Lui non disse niente. Le si avvicinò e le accarezzò la fronte. Era fredda, sudata.

Quando l’aveva conosciuta era bella: era  la ragazza più bella del paese. Di tutta quella bellezza, pensò,  non era rimasto che il ricordo. Adesso Alba era soltanto un corpo piagato in un letto e un carattere incupito dalla sofferenza e dalla paura.

–  Vattene! Perché è successo a me? Perché mi è successo??! Non voglio morire così … Vattene!!!

Il campanello suonò, liberandolo temporaneamente dal tormento di vederla in quello stato. Aprì la porta e tirò un sospiro di sollievo.

-Salve, Ernestina… Credo che lei sia capitata proprio al momento giusto.

-Ho dovuto accompagnare la mia Cinzia dal dentista e poi riportarla a casa, sig. Cini, ma ho fatto prima che ho potuto … Buonasera, signora Alba, vedrà che la rimetto subito in sesto! – aggiunse rivolta in direzione della camera da letto.

Il cattivo odore che impregnava l’aria della stanza annunciò alla donna che quella serata sarebbe stata più faticosa del solito. Ma era così che si guadagnava da vivere, Ernestina: pulendo il culo ai moribondi e vegliandoli dal tardo pomeriggio all’alba. Per tirar su la Cinzia, sua figlia, che era il frutto della sola gioia d’amore  che aveva provato nella vita. Del padre della piccina si erano perse le tracce quando lei era ancora incinta, perciò Ernestina si era dovuta rimboccare le maniche e mettersi a lavorare sodo. A casa Cini faceva le notti da un paio di settimane, da quando la situazione della signora Alba era precipitata e il marito aveva dovuto decidersi a cercare un aiuto e una persona per farsi dare il cambio al capezzale  almeno di notte. Ernestina veniva pagata bene e trattata con gentilezza, che erano cose da tenere in conto. Insomma, via, era un lavoro pesante e la Cinzia frignava un po’ quando la lasciava, ma a lei serviva.

-Mi lasci sola con la signora, ci penso io qui.

-Le preparo un caffè, intanto…

In cucina Fabio spalancò la finestra e respirò a pieni polmoni. Vide che le mani gli tremavano, mentre preparava la caffettiera e accendeva il fornello. Il caffè serviva a tener sveglia Ernestina e Fabio gliene preparava sempre una tazza: era ormai diventata una consuetudine e, per lui, una benefica pausa dopo una giornata di calvario. Mentre attendeva che il caffé sgorgasse, tirò fuori dalla tasca la lettera.


“Il peso di tanti ieri passati così, a cullare uno sconforto indicibile. Domani sarà presto un altro ieri da aggiungere alla collezione, temo. Mi abbraccio, piango, mi dispero, urlo. In silenzio.
Può essere terribile, il silenzio, quando parla e ti chiede ossessivamente
“cosa cazzo ci fai ancora qui!?”
Provo a reagire,  a fare l’inventario di ciò che ancora possiedo.
Non è poco, ma non serve a nulla dirselo. E
non basta a farmi desiderare che arrivi domani.”

Sonia. Il nome gli era completamente sconosciuto. Doveva esserci stato un errore, di sicuro. Eppure c’erano il suo nome e il suo indirizzo, sulla busta, non riusciva a spiegarsi il mistero …

Rilesse tutto da cima a fondo. Non aveva mai avuto a che fare con una Sonia. “Che cosa ci faccio qui?”…

Ripassò mentalmente i nomi delle donne che aveva amato. Marta, Paola, Dorina … E Alba, da quando l’ aveva conosciuta, oltre vent’anni prima …

“Che cosa ci faccio qui?”. Era stato felice, con lei. Felice, fino a … Chissà chi era, quella Sonia … “Che cosa cazzo ci faccio, ancora qui?”… Già, cosa?

Come in trance si avvicinò alla finestra e si affacciò. La luce cominciava ad ammorbidirsi, ma l’aria era ancora incredibilmente tersa.

 C’erano gerani fioriti nei vasi posti sui muretti che delimitavano il perimetro del cortile. I petali dei fiori gli ricordarono un rossetto che aveva sulle labbra Alba in una lontana domenica d’aprile. Erano al mare, una  mattina, e passeggiavano a piedi nudi sulla battigia tenendosi per mano e fermandosi spesso a baciarsi. Dio, quanto era bella quel giorno! Tra un bacio e l’altro gli appoggiava la testa sulla spalla e gli sussurrava qualcosa all’orecchio. “Che cazzo ci faccio ancora qui?” Com’era, quella specie di poesia? Ah, sì…

Acqua marina sono e tu sei il vento
Onda mi faccio se mi parli dentro

Tu soffi dolce mi respiri accanto
M’ increspi tutta,  non ti plachi mai
Ridendo poi ti riempi del mio sale
Io bianca spuma invento (e sono Amore)

Mentre ricordava la poesia si era seduto sul davanzale. Alla parola ‘amore’ si lasciò cadere. Portò con sé la lettera della sconosciuta, il borbottìo del caffè e il ricordo del sorriso di Alba in un giorno di aprile.

 

(2008)

 

 

 

 

Prologo e aborto di una biografia non autorizzata

Foto di Genny Casella
Foto di Genny Casella

“Maruzzella T nacque un 23 novembre di tanti anni fa a Largo del Rosso. E, come la maggioranza dei neonati di quell’epoca, nacque di parto naturale. Tutti i bambini nascerebbero ancora come lei, se oggi si potesse nascere di parto naturale.

Era un fatto normale, a quel tempo, nascere di notte. E tutti i giorni della settimana erano buoni, e tutte le ore della notte. Mentre oggi è naturale che i bambini nascano di lunedì mattina, verso le dieci e un quarto, quando il ginecologo che deve praticare il taglio cesareo torna in ospedale o in clinica dopo il week-end.
Maruzzella T, dunque, nacque a mezzanotte e dieci, di sabato.
Fin qui nulla di rilevante, penserete voi. In ogni caso, nulla che giustifichi la redazione di una biografia, che di solito viene scritta per autori di ben più chiara fama. In quanto sua biografa ufficiale, io però non ho alcuna esitazione nel sostenere che vi sbagliate di grosso!
Secondo il racconto della Madre, infatti, dopo la sua nascita “s’arrevutatte ‘u vóico!”, nel senso che ci fu una piccola rivolta della popolazione di Largo del Rosso, paragonabile a quella che si era verificata quasi venti secoli prima, in quel di Betlemme.
A parte la differente condizione dell’essere femmina invece che maschio, dell’essere la settima di otto figli invece che primogenito e unigenito figlio di Dio e dell’essere figlia naturale di un pescatore invece che figlio putativo di un falegname, tutto il resto era infatti terribilmente somigliante.

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Compleanni

il-compleanno-del-nonno

 

 

 

 

 

 

 

Ottanta candeline gialle e verdi
sulla torta del nonno, e tu
che piccolino le fissavi
seduto in braccio a lui che ti teneva.
Sei anni, col sorriso birichino
che per le grandi imprese metti su.
E aveva un’espressione concentrata
il nonno: non sulle candeline
ma sullo sforzo tuo che le spegnevi.
E aveva dentro gli occhi quel miscuglio
di compiacenza e orgoglio – tu eri il suo campione
– l’accenno di un sorriso come grato, sul viso:
le avevi spente tutte al posto suo.

SABATOBLOGGER 42. – I blog che seguo

intempestivoviandante's Blog

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Franz Una bella presentazione, quella del ‘navigator cortese’, che parte dal presupposto che comunque svelarsi del tutto non è possibile e anche volendo farlo non sarebbe mai del tutto possibile, non solo sul web. La scrittura diventa confine ma al tempo stesso lo confonde, è un modo per arrivare a mostrare un sé più vero, dà ‘corpo alle nostre ombre’, ma è anche un corpo a suo modo sfuggente e non definibile. Di questo tema tratta anche il primo post che ho scelto: il rito e le origini, i fantasmi e le ombre, il mito e la scrittura, il corpo e le ombre… D’incarnato sangue mi riporta a un modo di vivere Dio che è scandalo e sovversione del perbenismo, non dogma e Ah, questa soglia, malinconica consapevolezza della distanza tra ciò che si vede e ciò che si vuole vedere, tra ciò che si desidera e la realtà.

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Largo del Rosso – Splinder

Prima che Splinder chiudesse (se non ricordo male alla fine del 2011) ero riuscita a salvare nella memoria del mio pc quasi tutti i contenuti del mio vecchio blog, immagini e commenti compresi. Per riuscire a salvare l’intera struttura del blog e riversarlo qui esattamente com’era, avrei dovuto capire come fare a ‘migrare’ su wordpress, ma questo andava al di là delle mie forze e del tempo che avevo a disposizione, e non riuscii a farlo.
Mi contentai di essere riuscita comunque a salvare il salvabile e mi ripromisi, superato il primo momento di sconforto, di riversare pian piano ogni cosa in questo nuovo spazio, cosa che ho cercato di fare, sia pure coi miei tempi e con la mia ondivaga diligenza.
Poi stasera non so come ho cercato di capire se qui si potesse inserire un file pdf ed ho scoperto che vi era il tutorial della procedura da seguire, sicché ho trasformato il file.doc dei contenuti splinder che avevo salvato in un file.pdf, che ho caricato tra i media ed è linkato più in basso.
Che dire? Sono contenta: lo prendo e lo offro come un dono.
È il dono della befana per me e per i tanti amici che ho conosciuto grazie a Splinder e alla frequentazione di siti e di spazi gratuiti dedicati alla scrittura digitale.

largo-del-rosso_testi

ps. Credo che la poesia non sia una merce, credo sia l’unica non merce esistente in un mondo mercificato. Per questo la amo. Quello che troverete qui è un pezzo della mia storia. Della mia, non di altri. Alcuni testi sono ospitati in antologie collettive, in riviste e blog letterari, nonché negli archivi web da cui si può risalire alla loro origine. Se qualcosa dovesse piacervi così tanto da spingervi a copiarlo di sana pianta, a portarlo lontano, a tradurlo in altre lingue, ve ne do fin da ora il permesso. Lo considererei un grande onore. Usatemi soltanto la cortesia di non spacciarlo per vostro. 🙂

Arance

È un giovedì searancera, all’inizio di dicembre, a casa di mia madre.

Nadija è rientrata da poco, perché il giovedì ha il pomeriggio libero, come in genere tutte le donne straniere che accudiscono persone anziane in Italia.

Seduta sul divano, mia madre guarda la televisione; a poca distanza da lei Nadija, mia sorella Teresa ed io siamo sedute a tavola, nell’angolo che fa da cucina. Abbiamo appena finito di mangiare la pizza al pomodoro preparata da mia sorella.  Chiacchieriamo del più e del meno, quando d’un tratto gli occhi di Nadija si illuminano, come succede sempre quando pensa a qualcosa che la rende felice.

Frutta sta! – E così esclamando si alza e corre in veranda.

Mangia, Mariela! – mi invita con tono perentorio al ritorno, deponendo sul tavolo della cucina quattro arance tonde color oro. Ha un largo sorriso stampato sulla faccia pulita mentre depone sul tavolo i frutti raccolti sull’albero che è in giardino. Maturano senza l’aiuto di antiparassitari o concimi chimici, sono completamente naturali.

Stamattina io raccolto arance! Sono buonissime! Mangia, tu piace… – spiega Nadija nel suo buffo italiano.

Le sorrido, grata del pensiero. Lei mi conosce meglio di Teresa, la mia sorella maggiore che vive altrove da oltre vent’anni e che è venuta a trovare mamma prima delle feste: dice con lo sguardo più di quanto dica con le parole. Ci guardiamo, sorridendo l’una all’altra, mentre sbucciamo le arance con le mani. Che buono, l’odore che si sprigiona in cucina! Sa di fuochi accesi, di sere affollate, di giochi… sa di Natale…

Se ci fosse mio padre tutto sarebbe perfetto. Ma se n’è andato all’inizio dell’estate, quando questi frutti erano palline verdi nascoste tre le foglie.

A lui piaceva raccogliere le arance dal “suo” albero, in inverno. Per tutta la vita aveva avuto sotto i piedi le assi di legno del gozzo e l’ondeggiare cedevole del mare, fino ai settanta era vissuto sempre lontano dalla campagna e dai suoi prodotti, ma dopo l’esodo dal centro di Pozzuoli  aveva scoperto che lentamente un fiore può trasformarsi in frutto.

Quando eravamo andati a vivere in periferia, nella casa nuova, nel vedere il microscopico giardino con quella pianta di cui non riconosceva la specie (era un arancio, ma a quel tempo nessuno di noi era abbastanza esperto per dirlo) mio padre aveva avuto un moto di disappunto, pensando a tutti gli inconvenienti che avrebbe comportato la gestione di quel piccolo pezzo di terreno. Aveva settantuno anni, quando ci eravamo trasferiti a Monterusciello. Te lo immagini un vecchio pescatore trapiantato su una collina ventosa? Io invece ero al settimo cielo per la gioia e pensavo a tutte le possibilità che il ‘giardino’ avrebbe offerto al mio pollice verde senza esperienza. Quando vivevamo a Largo del Rosso avevo già provato a coltivare piante in vaso fuori al balcone, ma senza risultati incoraggianti; ero certa che in quel giardino avrei imparato, come poi pian piano successe.

Col passare degli anni anche l’atteggiamento di mio padre era lentamente cambiato. Man mano che per lui diventava sempre più faticoso recarsi ogni mattina in centro, alla darsena dov’era ormeggiato il peschereccio dei miei fratelli, si era attaccato a quello spazio a lui alieno. Un giorno si era portato a casa le reti da rammendare e aveva scelto il giardino come angolo per lavorare. Era strano vedere un vecchio pescatore rammendare le reti in un quartiere in collina, nel verde di un luogo che mal si conciliava con un’attività come quella.

Pian piano si era affezionato alla vegetazione, che all’inizio gli dava quasi fastidio. Ricordo un dicembre in cui scrutava tra i rami e contava le arance ancora verdi, per annunciarmi poi con un sorriso trionfante: – Ce stanne quattòrdece purtüàlle!!

Prima di quell’anno la pianta non aveva mai fruttificato, forse perché troppo giovane,  e lui si era convinto che si trattasse di un arancio selvatico, dunque inutile. Ma da quel momento in poi aveva atteso ogni primavera la fioritura e poi spiato con ansia le piccole sfere verdi che si accrescevano lentamente; le aveva quasi fatte maturare con gli occhi – spazientendosi con mia madre che aveva sempre fretta e le raccoglieva quando erano ancora acerbe – in attesa di procedere solennemente alla raccolta e alla successiva distribuzione a noi figli.

Litigavamo con lui, per gioco, sulla distribuzione delle arance, accusandolo di non essere equo nel fare le parti, e persino di essere tirchio, di volerle tenere tutte per sé. Lui si arrabbiava per finta, e rideva, ma io sospettavo che un po’ gli dispiacesse davvero separarsi dalla maggior parte del raccolto. Poi il tempo era trascorso …

Alla fine di un calvario lungo due anni, disteso nel suo letto, la scorsa primavera mi aveva chiesto di chiudere le persiane della finestra che si affacciava sul giardino.

Oggi è una giornata così bella, papà – gli avevo detto sorridendo – perché non lasci che entri un po’ di luce?

Lui aveva girato la faccia verso il sole del giardino, verso la neve bianca delle zagare spruzzata sul verde intenso del fogliame.

Guarda! L’albero è tutto fiorito, quest’inverno sarà carico di arance …

Ed ero ammutolita davanti a quello spettacolo, trafitta improvvisamente dal pensiero che mio padre non sarebbe arrivato all’inverno, che il suo tempo si sarebbe fermato prima.

Si può essere molto crudeli, a volte, senza volere.

Lui aveva guardato fuori, poi aveva distolto gli occhi dalla chioma fiorita del ‘suo’ albero con un’espressione che non riesco a dimenticare. Con voce stremata mi aveva ripetuto di chiudere le persiane, ed io l’avevo accontentato senza più insistere, permettendogli di assopirsi per un po’. L’odore delle zagare era così inteso che stordiva, mi torna dentro coi ricordi mentre mastico lentamente.

Avrei voluto trattenerti fino a quest’inverno, papà, fino a questo raccolto. Avrei voluto vederti ancora felice, seduto in giardino con la palettina di plastica rossa per scacciare le mosche. Ogni tanto l’avresti allungata sulla testa di mamma fingendo di volerla battere, con la lingua stretta tra le labbra e un’espressione da duro di pasta frolla.

Avrei voluto che il tempo si fermasse, ma non è successo …

(2003)

Like a frozen land

I

cosa debba suggerirmi, questo foglio
bianco, non so. nulla, probabilmente.
perché nulla più si muove, in questo
muscolo corrotto che chiamano cuore.
nulla di nulla, niente più. si muore.

II

in una goccia di olio di sandalo
ho intinto un polpastrello
quindi ho strusciato l’indice, lentamente
sulla pelle dei polsi. dopo ho annusato
e sì, avevo un buon profumo.

non provo che silenzio, adesso.

III

alle tre passate, pensavo
il mondo è disteso a letto. dorme
chi si agita tra le lenzuola. dorme
chi si lamenta nel sonno. e forse russa
chi dorme. acciambellato nella cuccia
anche il cane.

IV

e poi c’è questo… non mi viene la parola…
questo lontano abbaìo che si trascina
da ore, lamentoso. e d’improvviso s’acquieta.

(2009)

Zi’ ‘Ngiulina

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Zi’ ‘Ngiulina è la donna che tiene il nipotino in braccio.  (foto gentilmente concessa  da Ignazio)
Lo spauracchio dei bambini del vicolo era zi’ ‘Ngiulina, una delle figlie della nonna Sarachèlla nonché sorella prediletta di suo padre. Che era tanto Sarachèlla da sembrare una donna terribile, e che tutti sembravano temere. Da grande Maruzzella avrebbe rivisto il proprio giudizio su quella zia, ma all’epoca dei fatti narrati ne aveva terrore.
A quel tempo il vicolo era pieno di bande di scugnizzi vocianti, che ne combinavano di tutti i colori e avevano sempre qualcosa da fare.
Zi’ ‘Ngiulina era il loro incubo, e viceversa.

Dopo un pranzo consumato frettolosamente in stanze buie ed affollate, gli scugnizzi di Largo del Rosso sciamavano giù dalle scalinatelle o fuori dai bassi come api in cerca di fiori. E i fiori erano i basoli del vicolo, erano i muri di tufo giallo dei palazzi, che insegnavano ai ragazzi mille giochi.
Veniva la stagione delle nocelle, e allora i maschi giocavano a fare castelli di nocciole da distruggere poi con tiri rapidi e precisi usando ‘u pallone che ogni ragazzo possedeva: una nocciola scelta tra quelle più grandi, che ognuno provvedeva a rendere più pesante, facendo colare dentro il guscio, attraverso un foro praticato ad arte, del piombo fuso.

Veniva il tempo del singo, e allora c’era un posto, in un angolo della corte, dove i basoli formavano una specie di griglia numerica naturale, i bordi della quale erano gli interstizi di calce tra una pietra e l’altra. Ogni bambina sapeva quale basolo era il numero cinque, quale il numero tre, quali erano il basolo di partenza e quello di arrivo, senza bisogno di usare il gesso.
Maruzzella, che a causa dei postumi della paralisi non riusciva a saltellare su un solo piede, su quel singo di pietra grigia ci camminava soltanto, stando bene attenta a non finire sugli interstizi tra un basolo e l’altro, ché altrimenti avrebbe dovuto lasciare il posto alla sorellina, o ad Annuccella, la loro cugina.
Le altre bambine non le facevano pesare quella sua incapacità di saltare, poiché era tacitamente convenuto che lei partecipasse al gioco secondo le sue possibilità, e nessuna aveva mai messo in discussione questo patto mai formulato a parole.

Veniva pure il tempo delle piogge improvvise, le buriane, e allora in certi punti del vicolo si formavano delle grandi pozzanghere, i lavaruni, dove gli scalmanati bambini si divertivano a sguazzare, o dove facevano navigare barchette di carta o pezzi di legno cui si aggiungeva un’elica, azionata da un elastico.

Veniva l’estate, e i ragazzi cuocevano patate sotto la cenere, nei giorni in cui le donne facevano le conserve di pomodoro; oppure andavano a fare il bagno alla spiaggia della Sirena; oppure, quando il fresco della sera dava un po’ di sollievo, organizzavano le cucinelle, una specie di pic-nic d’altri tempi. Ognuno portava qualcosa da mangiare e si distribuiva quello che si aveva, o si cucinavano gli spaghetti aglio e olio e si mangiava tutti insieme, apparecchiando tavoli improvvisati al centro del vicolo.

Gli adulti stavano a guardare, talvolta sbraitando, ma più spesso sorridendo a causa del vocìo dei ragazzi e delle loro baruffe chiassose. Tutti, comunque, osservavano gli scugnizzi del vicolo con lo sguardo protettivo e paziente che hanno le leonesse quando sorvegliano i cuccioli del branco. Tutti, tranne zi’ ‘Ngiulina.

Che piovesse o splendesse il sole, che fosse Natale o Ferragosto, zì ‘Ngiulina era là, con la sua lunga pertica che in realtà era una sottile canna di bambù, a minacciare i bambini che “shhhh!!!…zitti!!” minacciavano il sonno leggero di zì Giulianiello. Il quale era suo marito e, sfortunatamente – solo per il fatto di avere disturbi del sonno, non per altro – pure lo zio di Maruzzella, Angelina e Annuccella.

La parola che attendo

Tu dimmi una parola, dimmi
quella che attendo
attenta a non fraintendere.

Dimmi soltanto quella
quella che voglio udire
e che non sento.

Dimmela, la parola che voglio
una parola sola, spiraglio
di futuro e grata sul passato.

Quale? Quale parola?
Quella che non ho inteso
che non mi hai detto, mai.

*

(Passava dalle mie parti e l’ho abbracciata. Piangeva, così le ho asciugato le lacrime con le mani, avevo soltanto quelle. Mi ha sorriso a labbra chiuse. Poi mi girava intorno, perdeva tempo, finché l’ho scritta… )

scrivi.com

(23 luglio 2003)

Che cosa ci sta succedendo?

Che cosa ci sta succedendo
che andiamo straniti
fingendo una vita sbagliata?

Succede che esisti tu solo
mi tieni in un pugno, serrata
– non volo, non voglio!

Se torni mi spoglio di me
son pelle, saliva, sudore
son naso che annusa.

E sono le mani che intreccio
la lingua che avida lecco
la bocca che succhio.

E sono la danza – le dita
che frugano dentro
e sono respiro e piacere.

Vestita di te vado in giro
stupita da questo silenzio
che attonito grida stanotte

– Che cosa ci sta succedendo?

Cosa può essere mai la Poesia?

Un ponte, ma anche l’esplosivo che i ponti fa saltare.
Un muro, una barriera, una porta sbattuta in faccia, un nodo che non si scioglie.
Un gioco, un salvagente, una mano tesa, un sorriso – la terapia contro il dolore di vivere.
Lo sguardo che ci tiene insieme – noi così diversi, così distanti, così sconosciuti gli uni gli altri, così soli.
Un suono che ci riconduce a casa, che ci fa armonia; la dissonanza in cui ci specchiamo, che ci spiazza.
Ciò che di noi rifiutiamo, da cui ci siamo allontanati o in cui ci tuffiamo per riconoscerci. Riemergendone bagnati di nuova consapevolezza.
Una via, il viaggio, una coperta sempre troppo corta e, insieme, la scoperta che immaginiamo debba salvare il mondo.
Un cataclisma, una furia devastatrice, oppure una pausa di luce tra la devastazione in atto e quella prossima a venire.
Un amore a cui siamo rimasti fedeli per l’intera vita, l’unico che sia rimasto sempre ad attenderci – anche mentre eravamo vivi, e ciechi e sordi e muti – e l’unico sempre disposto a riaccoglierci senza chiedere spiegazioni.

E quando la cerchi si fa sempre trovare. Come qui, tra le pagine di un libro:

<<“Con permesso, don Federico, un momento solo!” esclamò Vincenzino Aurispa, quasi toccando con le sue nere dita le labbra del vecchio bidello. “Vi giuro che questo trucco mi fa dannare! Spiegatemi un poco: don Giove c’era o non c’era nella nuvola?” “Era Giove l’intera nuvola! Era fumo, era vapore dalla testa ai piedi!”
” E scese raso terra? O con un forte vento sollevò Io, cioè lei, fino a lui? Come si regolarono, parliamoci francamente, per stare cuore a cuore tutti e due?
“Non si sa, è poesia.”
“Son indeciso se credervi o no, don Federico. Giove non si poteva travestire in qualche altro modo? Riusciva lo stesso nell’intento, anzi meglio, se diventava una mosca, o una pulce.”
“Non sarebbe stata poesia.”
“Caro don Federico, ma allora che imbroglio è, la poesia? Qualunque esagerazione, qualunque errore voi dite ‘poesia’ come si dice ‘indumenti’ alla dogana, e passate senza aprire la valigia?”
“Esattamente. La poesia è una fiducia completa, impossibile a descrivere. Se una poesia ti chiama ladro o becco tu rispondi: ‘Sissignore, servo vostro’ e rimani contemporaneamente disperato e felice. Intendiamoci bene, con la poesia non si ragiona; la poesia è il settebello di ogni fatto avvenuto, di ogni pensiero pensato e di ogni vivo vivente … avete capito?”
“No, ma pazienza” sospirò don Alfredo Tescione. “Si vede che la poesia è un mistero.”>>

(da:”Gli alunni del sole”*, Giuseppe Marotta, ed. BUR Rizzoli)

*Una sorta di mitologia greca rivisitata con spirito tipicamente napoletano e raccontata a puntate da un ex bidello ai ‘pezzenti’ suoi amici, tutti accomunati dalla curiosità di conoscere amori, imbrogli, tradimenti e battaglie degli antichi dèi, nei quali rivivono le proprie umane vicende. Napoli che diventa regno della fantasia e del ‘favoloso’, descritta in pagine memorabili. Vi consiglio di leggerlo.

Non ti amo

decrepita, stanca bagascia
impiastricciata di parole vuote

– per l’occhio, per conventicole
per mercimoni, per sentito dire –
così priva di musica, di gioco, di respiro
così agghindata di orpelli (e cieca)
supina serva dei conati (e muta)
così sepolta sotto eventi e microfoni
(disincarnata) ombra sparata sul fondale
da un riflettore. inconsistente così
militante così, sempre, senza ironia
poesia con tatto zero (e sorda)
zero senso del limite, del ridicolo

non ti amo
non è così che ti voglio

Tra qui e lontano

La differenza è nello sguardo. Qui, ha righe
sottili il lenzuolo che si commuove alla brezza
della controra. Il giallo dei cuscini gli fa eco
con un sospiro quieto. Lontano, invece, appena
si distingue la sagoma impregnata di foschia
di un’ isola vulcano. Tra qui e lontano, sta il muto
verde del pino. La differenza è nello sguardo.

1_pino estivo

Le altre scaglie sono qui:

Scaglie di dormiveglia

Litania puteolana

Stóncö stancä*

m’abbruciä nu ciancö
më cioncö e më stèngö
chiù fammä nu’ ttèngö.
Mo ‘a vèstë j’ ‘appèngö
‘a fruttä ‘nt’ ‘a räóngö
â festä nu’ bbèngö
më vac’ a cuccà

chiù nu’ mmë ‘ncuità!

——

*stanca: licenza poetica. nel mio dialetto direi ” Stónc’ accésä ”

Traduz. Sono stanca/ mi brucia un fianco/mi paralizzo e mi stendo/non ho più fame./Ora appendo la veste/ non ti do la frutta/ non vengo alla festa/vado a coricarmi/ più non mi seccare!

Poesia da poltrona

Ezra Pound era di poco più giovane di mia nonna Teresina
ma è morto molti anni prima di lei. Mia nonna non si è mai mossa
da Largo del Rosso, a parte la volta che si è rifugiata a Qualiano
per sfuggire al vulcano che si diceva sarebbe sorto
nel porto. Ezra Pound invece è morto dopo aver viaggiato
a più non posso, ma senza aver mai visto mia nonna,
Qualiano e Largo del Rosso. Viaggiare, per paradosso
a Pound ha abbreviato la vita e negato una conoscenza.
Mia nonna non l’ha saputo. In entrambi i casi l’ignoranza
è stato il classico dono della Provvidenza, suppongo.

A tavolino

Una tazza sopra un piattino sopra fogli colorati
di cartoncino. Una piccola acquasantiera su cui siede
un puttino. Lo smartphone,un posacenere, occhiali ripiegati
su Pasolini. Librini di poesia, raccolte di cruciverba, un pacchetto
di sigarette, un accendino. Il cordless e un paio di forbici
sotto un tovagliolo di carta. La raccolta di Tomada recapitata
stamane dal postino. Una spillatrice sulla sagoma ritagliata
di un abetino. Dentro il grande piatto in ceramica che dovrei
sempre appendere. Un albero di Natale di scorta che incombe
sul portaconfetti. Una foto di mio figlio a due mesi e, a destra
quella di un matrimonio, in cornice. Il lume acceso
l’albero con le luci spente, e l’ultimo D di Repubblica
con la rubrica di Galimberti che pubblica la lettera
di un ragazzino. “Mi piace molto leggere – scrive – ma
nella mia classe sono il solo.” Chiede a Galimberti se possa
suggerirgli come cambiare la situazione. La solita, saggia
risposta di Galimberti. Il quale non può ma chiude comunque
con un’esortazione…

(Tutto questo disordine sparso sul tavolino
dovrebbe cambiare qualcosa nel mondo – potrebbe?
Se no, non scriverci poesie)
“Portarsi avanti con gli addii”: piaciuta fin dal titolo.

Hanno detto

hanno detto non è un gioco, è proibito giocare
hanno detto non si può dar ragione a chi ne ha da vendere
hanno detto chi cazzo è, non sa vendersi
hanno detto non sei tu che paghi, non sei tu che critichi
hanno detto non contrastare chi gestisce l’affare
hanno detto scrivi a comando, blandisci
hanno detto dopo un punto fermo ci va una maiuscola
hanno detto troppo lunga, hanno detto sfronda
hanno detto troppo corta, troppi aggettivi, la metrica
hanno detto prosastica, e hanno detto reitera,
hanno detto oh l’ anafora! hanno detto è un ossimoro
hanno detto il ritmo è spezzato, hanno detto è descrittiva
hanno detto è metafora, hanno detto troppo narrativa
hanno detto non suona, ricuci, ragiona
hanno detto riduci, colpisce hanno detto
hanno detto ti voglio più assertiva
hanno detto ma è barbara, è dada, è un haiku
dài, scrivi un sonetto! hanno detto strambotto
hanno detto è dialetto, cazzeggi, le virgole!
hanno detto anche senza dire, senza parere

a chi ha detto rispondo che ho scritto
che ho fatto che ho detto
solo ciò che volevo

Troppo rumore per nulla

Eccomi qua, rinchiusa come al solito in un box puzzolente. Dicono che sono un gioiello della meccanica, che valgo molto, che sono stata costruita per correre, per vincere.
Quel tipo strano che mi guarda compassionevole mi fa tenerezza. E’ il mio meccanico e non mi perde di vista un secondo. Ogni tanto mi si avvicina, finge di ispezionarmi con aria professionale e intanto mi parla con tono carezzevole, come un innamorato.
“Ehi, svitata! Te la do io una regolata ai bulloni, se non metti la testata a posto da sola!”, ridacchia affettuoso.

Da quel che capisco il mio destino è segnato. Il pilota giusto l’altro ieri gli ha detto che non conviene perdere altro tempo con me, e che è stufo marcio delle mie bizze. Il mio meccanico teme che i padroni della baracca decidano di rottamarmi, “benché sia un vero peccato”, a suo dire. Mah …
Non capisco perché mi chiami svitata. So soltanto che non ho intenzione di passare il resto della mia vita rinchiusa in questo angusto garage, insieme a mostri rombanti che non hanno altra prospettiva che quella di essere chiamati a girare in tondo lungo un anello di asfalto, giocando a fare a chi è più bolide.
Sgommano, sfrecciano, fanno un casino del diavolo: mi si ingrippano i pistoni solo a pensarci!
Che ci faccio io tra loro? Boh! E poi… che senso ha correre lungo una pista che non ha vie di uscita? Che significa tutto questo correre? E dove porta?
Quello che so è che sulla pista dove anch’io dovrei sfrecciare è tracciata una linea su cui è scritto TRAGUARDO. Ci passi tante volte sopra e non succede nulla. Credo ci sia qualcuno che conta le volte che sei passata su quella linea, ma non so spiegarmi perché. Ad un certo punto, il primo mostro rombante che passa sul traguardo “vince”. Ma vincono anche il secondo e il terzo, sia pure con meno clamore. Hanno disputato una gara di velocità. Il primo vince da primo, il secondo da secondo e il terzo … vabbè, vince da terzo, contento lui. E cosa si vince? Una coppa grande, una di media grandezza, una piccola, e fin qui mi è chiaro. Ci dev’essere anche un po’ di denaro tra i premi, ma non si vede. Invece si vede sempre una bottiglia di champagne da spruzzarsi addosso.
I piloti impazziscono di gioia se ricevono la coppa più grande. Perché? Mica lo so … Sul podio agitando le coppe festeggiano insieme al primo pure il secondo e il terzo, mentre si fanno reciprocamente la doccia con lo champagne e si mettono in posa per le foto. Roba da matti, no? Invece secondo il mio meccanico la svitata sarei io …
Mi dispiace per il mio pilota. E’ sempre molto incazzato con me. Sostiene che non rispondo ai comandi. Sarà così, ma … perché dovrei? Mi farebbe girare in tondo per ore ed ore. Non sarebbe giusto, io non voglio!
Appena il custode si distrae me la svigno. Mi dispiace pure per lui. Avrà delle rogne ma non posso fare diversamente. Me ne vado in giro per i fatti miei. Lentamente. Scelgo le strade meno frequentate, i posti più sperduti. Scelgo di andare piano. Voglio conoscere il mondo là fuori. Voglio incontrare le auto che non hanno fretta, quelle che non fanno gare di velocità. Voglio tenere i giri al minimo, per non disturbare i piccioni che tubano tranquilli. Sono già riuscita a liberarmi. L’ho già fatto, ma mi hanno sempre riportata qui.
Perché mi notano tutti, rossa come sono! Dicono che sono una Ferrari e mi guardano come un miracolo. Cacchio, sarebbe stato meglio essere una Cinquecento!
Ci riproverò: non mi rassegno a questa vita infame. Ci riproverò e ce la farò, stavolta. Anche conciata così, con questa carrozzeria che mi penalizza e questo motore che non vuole saperne di andare piano. E che fa troppo rumore per nulla.

A ogni giorno la sua morte

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Dov’è il mondo intorno a me? Dov’è ora il ruggito della guerra? I rantoli delle vittime non penetrano il silenzio ovattato che mi avvolge.

Io posso solo sapere di questa porzione di mondo che gli occhi bevono ogni giorno. Il cielo è ancora chiaro, ma l’incendio del sole al tramonto è già lì, disteso sulla sagoma cupa dell’Epomeo.

E posso solo dirti di quel pino solitario che svetta sui campi che mi separano dalla distesa d’acciaio del mare. Dello spettacolo trionfale di sfilacciate nubi illuminate dagli ultimi bagliori, eppure già rassegnate a confondersi nell’oscurità che tutto avvolge, di sera.

Si spegneranno tutti i colori, come ogni volta che viene la notte. Ma, prima, tutto virerà nel viola, e quelle nubi dovranno addensarsi come colate di cenere.
E già si alza il vento, e gli spifferi sanno d’inverno e di gelo.

Se fossi qui potresti vedere la sedia nell’angolo del terrazzo, i cuscini gialli disposti a ventaglio a far da cuccia al cane. Saresti sorpreso per l’erba che cresce nella ciotola di terracotta, tripudio di vita nonostante il lungo abbandono. Forse diresti che è il suo giusto prezzo.

Ti accorgeresti dello sfrecciare rapido dei passeri che si affrettano a tornare ai nidi? E mi ordineresti con un sussurro prepotente fra l’orecchio e il collo di alzarmi e seguirti altrove?

Annega nel sangue questo giorno di gennaio. E non riesco a raccontarti altro che la sua splendida morte.

Allora scrivo

Allora scrivo, per costringerti ad ascoltare.
Io non ti vedo, non ti sento, non esisti.
Ci sono io e basta. Io, maledetta
un fiume in piena di veleno e follia.
Che fumo, rantolo, impreco.
Che mi dondolo sulla sedia e piango asciutto.
Io che mi tappo gli occhi con le mani stese
che scavo le tempie coi pollici
nel vano gesto di chi spreme angoscia.
Io e il latrato di un cane
lontano e disperato anche quello.
Invento preghiere senza destinartele
articolo grida oltre la soglia dell’udibile
mi faccio sconti di se e di ma. Poi rido.
Di te, di me, di questo schifo che è ogni sera.
E tu chi sei, eh? Nessuno.

Tu – che adesso scorri indifferente
queste righe, che sei una foglia
abbandonata alla corrente – che cazzo
sai di me, se non che un gorgo impazzito
di dolore mi sta trascinando a fondo?
Adesso – adesso – mentre tu leggi così
senza parere – hai capito, stronzo?!
Affondo – a fondo – e non c’è nulla
su cui voglia puntare i piedi. Ma intanto
mi prendo il gusto di sputarti in faccia.
Di vomitare rabbia
sul tuo procedere senza sapermi tutta.

Ballata per Gina, atto II

Gina che muore di sonno, che si rifiuta di chiudere gli occhi;
che quando dorme non sogna, o che forse sì ma al risveglio
non ne resta traccia; Gina che forse da sveglia non ne possiede
abbastanza, di sogni; che forse la speranza di un sogno se l’è
portata via il tempo. E il tempo ganzo con cui andare a letto
può sempre aspettare, che tanto Gina i suoi bocconi di notte
non se li fa più rubare. Gli spazi di silenzio dentro il buio fitto
le fanno da coperta e lei, Gina che dorme sempre troppo poco,
se la tiene stretta.

Nel nero trafitto da un lampo, spesso, scintilla una parola:
lei aspetta quella più giusta per farsene lenzuola; e sprimacciando
una voce se ne fa guanciale; Gina si ninna da sola.
Non ne può più dell’inverno che le stringe la gola; pensa
che fuori è caldo, che tanto in casa tutti dormono e che c’è
nessuno che l’aspetta. E allora vola,

fuori dal terrazzino, vola verso la bocca dei cani
che urlano alla notte verso la luna piena, verso una stella lontana,
stella forse contenta/ di vederla arrivare. Vola
verso il destino che è stato scritto per lei, Gina.

E so del tempo perché scruto il cielo

La costellazione di Orione fotografata da Giovanni Conte
“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtiélle.”

Le tre stelle allineate della Cintura di Orione, chiamate dai pescatori puteolani “I tre fratiélle”, ovvero i tre fratelli, appaiono nel nostro cielo sul finire dell’estate. E avvisano i pescatori che bisogna prepararsi ad affrontare l’inverno.

C’è un detto popolare che ho sentito ripetere da mio padre e lo lascio sotto questa immagine:

“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtielle.”

I tre fratiélle sorgevano verso la fine di agosto, nel pezzo di cielo che si poteva vedere da casa nostra, sbucando all’imbrunire  oltre il palazzo che noi chiamavamo ‘u palazz’ ‘i ‘Ddulurata, e che in realtà era un’antica torre di avvistamento spagnola che negli anni sessanta del Novecento era ancora abitata da due famiglie e che dopo il Bradisismo del 1970 rimase deserta e in abbandono. Quando ero bambina nel palazzo mezzo scarrupato abitava soltanto Ddulurata. Io ci entrai una volta con altri bambini del vicolo, e salii le scale buie e polverose fino in cima. Fu una specie di prova di coraggio, ricordo ancora la lotta per vincere la paura, i gradini privi di marmi, di pietra nuda rosicata dal tempo, e l’odore penetrante di umido. Visto da casa mia il ‘palazzo’ era tutto di tufo giallo, e negli interstizi tra le pietre facevano i nidi i colombi. Era un buon fondale per osservare il cielo, di notte. E all’inizio della primavera da dietro il palazzo sorgeva finalmente il sole, che nei lunghi mesi invernali era troppo basso per farsi vedere, e la sua luce arrivava sul mio balcone.

(foto di Giovanni Conte)

In cammino

Stamattina ho visto passare una poesia
lungo il viottolo che costeggia casa mia.

Aveva l’incedere altero, il passo sicuro
di chi sa dove andare, la schiena dritta,
la pelle nera, lo sguardo fiero, gli occhi
di un ragazzo giunto da chissà dove
[era una poesia in cammino] diretto
chissà dove. Che indossava una polo
bianca su jeans puliti, e un’espressione
tranquilla. Portando sulle spalle
uno zainetto scuro, un paio d’ali ai piedi.

Una Panda le è transitata accanto
quasi sfiorandola, senza coglierla.

Gli scugnizzi di Largo del Rosso

Foto di Vincenzo Conte o Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni sessanta.
Foto di Vincenzo Conte o di Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni ’60.

Zufenella, diminutivo e storpiatura di Sofia, era la donna anziana che in questa foto è ritratta con la nipotina in braccio. Per  me resta la donna che ogni anno, nell’ultimo martedì prima del periodo di Quaresima, organizzava uno spassoso funerale, con gran divertimento mio e dei bambini del vicolo. Dopo aver costruito un fantoccio riempiendo di trucioli di legno la tuta di lavoro di qualche operaio o artigiano, lo adagiava supino su una carretta e lo portava in corteo per tutto il quartiere gridando a gran voce: “E’ muorto Carnevale!”, seguita da un codazzo di scugnizzi schiamazzanti. Al termine della processione adagiava il fantoccio sui basoli e gli dava fuoco, mentre tutti i partecipanti al funerale, disposti in cerchio intorno al fucarazzo, fingevano di piangere, di stracciarsi i capelli e le vesti. Tra un urlo di dolore e un finto pianto ci scappavano sempre molte  grasse risate. A me Zufunella piaceva tantissimo, anche se per tutto il resto dell’anno non ci avevo a che fare, e mai avrei immaginato che non fosse felice.  Ma un giorno seppi, ascoltando le mezze parole dette sottovoce da mia madre e dalle sue amiche, che era morta. Non di morte naturale, come sarebbe stato normale a giudicare dalla sua indole apparentemente gioviale. No: le donne dicevano che aveva bevuto qualcosa, non ricordo più se liscivia o che altro, e che si era avvelenata. Mettendo fine alla propria vita mise termine pure alla tradizione del funerale di Carnevale, portando con sé un sacco di storie che avrebbero forse meritato di essere scritte.

Il mio primo giorno di scuola

Giocano a trasformarsi in farfalle
ma galoppano come puledri
strisciano come serpentelli
o se ne stanno in un angolo

ruggiscono come leoni
– ridono ad ogni magia –
o hanno paura dell’eco, in palestra.

Soffrono, per la mamma
che non vede l’ora di andar via
e lasciarli da soli; chiamano zia
la maestra, quando sono orfani
e non hanno l’astuccio nuovo
o lo zaino delle tartarughe Ninja.

Si avvicinano e ti toccano
per allacciare il loro cuore
al tuo. Vogliono scrivere,
chiedono che appaia un sorriso
sul foglio riempito a fatica
di segni compìti o arruffati.

Si presentano a Pulcinella e Carmela,
poi staccano loro il collo per troppo
amore (le marionette di Francesco:
che lui non sappia, mai! ) …

Scrivono un nome,  riempiono
di colore un benvenuto; aspettano
che arrivi il proprio turno
per avere attenzione. O scalciano,
perché non hanno ancora imparato.

Stanno in silenzio perfetto
se racconti loro una fiaba.
E quando sono stanchi si chiedono
se la mamma, se il nonno
se la zia verrà, se il pulmino verrà,
se qualcuno verrà … e ti chiedono
– Ma tu lo sai dove abito io?

Poi fanno il treno in doppia fila indiana
per andare via

i bambini, il primo giorno di scuola.

N.d.A. Scritta nel settembre 2006, al termine della mia prima giornata scolastica coi bimbi di prima, e dedicata oggi a quei bimbi, che ho avuto la fortuna di accompagnare lungo il loro percorso nella scuola primaria, che si è concluso venerdì scorso. Il loro primo giorno di scuola fu anche per me un giorno emozionante: intenso e indimenticabile come lo sono sempre tutti i primi giorni delle storie  importanti.
(giugno 2011)

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà.  Che è solo un po’ più grande di mio figlio. Diciassette anni appena e qui non ha nessuno. Che chissà da dove viene, chissà com’è arrivato. Che ha i denti macchiati – guardalo bene mentre parla – che non ha l’apparecchio. Che ha già la pelle vizza di un vecchio, Mustafà. Che ha sete e chiede da bere.  Che ha tutto questo camminare sulla spiaggia, nelle gambe, tutto questo procedere senza filtro, senza protezione, col suo carico di stracci legato sulla schiena.

Il nodo, vedi, non riesce a scioglierlo: mi chiede l’accendino per bruciare la corda e liberarsi della soma.

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco, prelevata dall’album “Venditori di sabbia”

Mustafà che è venuto in Italia da solo. Che a Ponticelli ha trovato un posto da apprendista carrozziere. Che proverà da settembre a cambiar vita, purché la fortuna lo aiuti.

Che mi chiede di fargli scudo con le mani, perché il vento continua a spegnere la fiamma che dovrebbe spezzare lo spago.

Che ha una brutta cicatrice sulla fronte e non saprò mai cosa gli è successo. Che non riesco a far andar via.

Penso  a sua madre, mentre si riposa all’ombra:  sono sua madre anch’io.

Mustafà – potrei chiedergli di venire a casa … – figlio dell’Africa che ho pudore di abbracciare.

Che mi fissa con occhi d’ambra e mi dice di sé, e pare aspettare. Mentre sa già che lo aspetta Ponticelli, e se va bene un posto letto in periferia.

– Prendi il vestito arancione, signora: è il più bello …

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco

Foto Mustafa_bis Mustafa Mustafà Mustafa_ter

Foto di Dario Di Franco,  dall’album  “Venditori di sabbia”

Alieni

E’ un venerdì di aprile del 2013, una sera finalmente tiepida dopo settimane di pioggia e freddo.

Sto  affacciata alla ringhiera di un terrazzino che guarda su Largo Emporio.

Un tempo doveva essere il balcone di una casa;  adesso dà luce ad una delle salette al primo piano di un ristorantino in cui sono stata invitata a festeggiare le nozze d’argento di una coppia di amici: un localino che propone una cucina basata su piatti di pesce a basso costo e che pratica tariffe adatte alle tasche di un’impoverita classe media e a palati poco schizzinosi.

Questo è solo uno dei tanti ristorantini del centro, che si susseguono nei vicoli della Pozzuoli vecchia occupando quelli che furono bassi, botteghe, malazè, quartini di pescatori,  artigiani e piccoli commercianti che un tempo vivevano in questi luoghi.

Largo Emporio, a quei tempi, era lo spazio all’aperto adibito a mercato del pesce del Comune di Pozzuoli.

Di mattina era uno spettacolo di vita, di suoni e di colore fatto di ombrelloni,  di tinozze di legno tinto di bianco e azzurro,di spruzzi e secchiate di acqua di mare del porto;    un concerto di voci sgraziate, di trattative rituali, di grida, di inviti, di richiami di venditori: “ ‘Alóice! Accattàteve ‘alóice!! ’I bbotte ‘nciélo, ‘i  sbatte ’ntèrra e songhe sèmpe scintillante!”

Dopo il mercato,  specie d’estate, dal selciato si sprigionava un fetore nauseabondo: un misto di legno fradicio e nafta, di pesce fetente, di salmastro, di ruggine e di urina che evaporava in miasmi insopportabili, quando il sole picchiava sui basoli  e sullo spiazzo lasciato deserto.

In questa parte del paese,  tra i vicoli affacciati su Largo Emporio e il Canalone, ci abitavano tre delle mie compagne dell’Istituto Magistrale, nelle cui case ho trascorso interi pomeriggi durante gli anni dell’adolescenza a partire dai primi anni Settanta, nel periodo immediatamente successivo alla prima crisi bradisismica,culminata con lo sgombero del Rione Terra e lo spopolamento –  quella volta solo temporaneo –  dell’intera città bassa.

Al rientro da Qualiano, dopo alcuni mesi di allontanamento dal paese e da Largo del Rosso, avevo circa dodici anni. Con la riapertura delle scuole  cominciai a riprendere confidenza col “mondo”oltre Largo del Rosso e la contrada di “Rint’â Torre”,  in cui la mia famiglia era radicata ed in cui poi ho abitato fino al 4 settembre del 1983, il giorno della prima forte scossa di terremoto dovuta alla seconda  crisi bradisismica,  che trasformò per anni tutta la Pozzuoli bassa in una città fantasma.

Lina,  Rosaria, Margherita.

Delle mie tre compagne di scuola di un tempo, soltanto Rosaria abita ancora nel centro storico: “Rint’ â Torre”, vicino alla chiesa di San Marco.

Lina si è trasferita da Largo Emporio a Bacoli;  Margherita da Vico Caldaie al Rione Solfatara.

Io abitavo a  Largo del Rosso, vicino al Tempio di Serapide. Nel tempo di prima attraversavo Via Roma e andavo a fare il bagno alla spiaggia della Sirena.  Da lì sono finita a Monterusciello.

Nella stradina che si è creata tra la fila di palazzi e quella dei gazebo allineati di fronte al parcheggio, vedo transitare i ragazzi che agiteranno la movida notturna tracannando cicchetti serviti al modico prezzo di un euro, e i clienti che invece possono permettersi una cenetta a base di piatti di pesce e che hanno già prenotato un tavolo da “Bobò” o dal “Tarantino”.

Pochi, in questo tempo di crisi.

Il terrazzino a cui sono affacciata sta proprio sopra uno dei  ristoranti che ancora si ostinano a fare cucina di qualità e preparano piatti  col pescato selvatico procurato dalle barche superstiti di quella che fu la marineria di pesca puteolana.  Che pagano cara  la materia prima e che poi praticano prezzi alti per buone ragioni. Ma che forse proprio per questo sono destinati a soccombere ai take away e ai fast&cheap food.

 

Mentre sono affacciata vedo arrivare, dall’ ingresso della stradina che dà sul mare,  uno che riconosco, uno di Abbasci’ û Mare.  Magro, coi capelli sale e pepe, da tutti chiamato Ciacione.

E’ amico di mio cognato e conosce bene i miei fratelli, ma di lui so nulla o quasi, a parte il nome, o meglio, ‘u contranomme che ha sostituito il suo nome anagrafico.

Avanza guardingo nella stradina, tenendo sotto braccio un cassettino di pesci appena pescati tra cui spiccano  grossi cocci e scorfani  ancora vivi.  

Si ferma proprio sotto al terrazzino su cui sono io, e contratta sottovoce  col ristoratore per  venderglieli.  Alla fine glieli lascia, e l’uomo li sistema su un letto di ghiaccio dove i pesci cominciano a contorcersi.

Mentre Ciacione si allontana, mi pare che alla sua sagoma snella si sovrapponga quella di mio padre, coi suoi stivali di gomma verdognola in cui erano infilati i pantaloni di tela,  ‘u curpèttö di cotone pesante a maniche lunghe e il basco di feltro blu sulla testa mezza pelata.

Cammina tranquillo tra la folla del venerdì sera, pare invisibile tanto è ignorato dagli altri passanti, poi svanisce nel buio senza lasciare traccia di sé, quasi fosse un alieno capitato per sbaglio in un mondo lontano anni luce dal suo pianeta di origine.  Alieno,  come Ciacione.

Un tempo questo era il ‘loro’ quartiere, abitato da gente semplice come loro, che parlava la loro stessa lingua,  che conosceva ogni angolo di questo mare e che sapeva indicarne i posti usando gli stessi toponimi. Che se un altro pescatore, sciogliangiarre e solitario che fosse o tartarunàro  e di compagnia come quelli delle lamparelle,  gli avesse detto che aveva pescato  ’Rint’a Badessa, o ‘Ncopp’ ’i Mmèrle, o A luànte î tubbe,  ‘Nt’’u vasciéllo, o ‘Nt’ a Chiaia ’i Cumma,  loro sapevano esattamente dov’era quel posto, e gli altri pure, ma  nessuno che non fosse un pescatore avrebbe capito di che stavano parlando.

Ciacione. Potrebbe essere la storpiatura del suo vero nome,  o di chissà quale epiteto affettuoso con cui  lo si chiamava da bambino.  O forse, da adulto, gliel’avranno affibbiato  i compagni di pesca, come era accaduto a mio padre.  Da “Vincenzo”, che in puteolano  era Viciénzo, era poi diventato in bocca a sua madre e a sua moglie soltanto Scarrupiéllo  (“Scarrupié!”),  e in bocca agli altri pescatori soltanto Caparagliéllo,  in quanto figlio di Capa r’aglio, mio nonno.

Quale sia il vero nome di Ciacione lo ignoro. Il suo contranomme  ha però il suono dell’acqua agitata con le mani, il suono che fa il corpo di qualcuno che nell’ acqua ci è nato e che per questo ci sguazza: uno ca se ciacéjia, per l’appunto.

Mentre lo guardo allontanarsi e svanire,  mi punge in gola a sorpresa un doloroso pensiero: “E’ diventato uno straniero in casa sua senza nemmeno accorgersene …”.

E’ il  sopravvissuto di un mondo scomparso.  Come lo siamo noi,  esuli a Monterusciello o al Rione Toiano.  Come forse lo erano già mio padre e i suoi compagni di pesca a loro insaputa fin dal tempo di prima. Prima dell’esodo.

Prima che Pozzuoli fosse sventrata.  Prima che fosse esposta al mondo come un coccio o uno scorfano dai colori smaglianti del pesce appena pescato, con l’occhio che pare vivo, come quelli rimasti a fare bella mostra di sé, irrimediabilmente morti,  sul letto di ghiaccio del banchetto di Bobò.

Una mosca è una mosca

. una mosca è una mosca .
:  ali leggiadre due  – da sfoggiare
. zampe con cui attaccarsi ai vetri: sei
– due delle quali da sfregare al sole
oppure da utilizzare per grattarsi.

. noiosa quanto basta se impazzisce
è un elefante nel mondo degli insetti
–  ha una proboscide minuscola
per  suggere letame e nettare –
ma è una mosca, pur sempre una mosca.

. questa creatura  nella sua interezza
– occhi composti  per vedere  meglio
famelica passione per la merda
ronzio ubriaco tra i filari d’uva
larva dentro la pancia di un cadavere –
mosca è chiamata – senza tenerezza …

. ora:  una mosca è soltanto una mosca
: un capo mobile,  un torace  evidente
un addome  poco pronunciato
: parrebbe una  creatura equilibrata …

ma io la scaccio e lei non s’allontana
– mi ronza intorno quando meno voglio –
quindi le do la caccia: attendo
immota che mi giunga a tiro – poi
senza pietà la schiaccio.

(2010)

Cercandoti, nel viaggio di una vita

Cercandoti nel viaggio di una vita
ho conosciuto versi che gloglottano
come colombi maschi innamorati

il collo gonfio e tanti giri in tondo
fanno il verso a se stessi
ed amano ascoltarsi.

Ho fatto quattro chiacchiere con calma
in piazze piene di parole matte
di forme strane e giochi senza fine

mi hanno strizzato gli occhi con malizia
suonando buffe, e addosso lo stupore
mi han cucito, stretto sui fianchi.

Ho sostato ad incroci frequentati
da versi ermetici, freddi
come una porta che ti sbatte

muta sul viso; versi di sé compresi
domande che non vogliono risposte
e non ne danno, chiuse ai sorrisi.

E poi ho percorso strade lastricate
di parole assolate, di aride parole
disseccate, dure come macigni

parole gravi per dire la pena
perle di una collana di preghiere
o inevase scadenze.

Fanno versi che spezzano
i fili dell’ordito di una vita
come unghie scheggiate

quelle parole; graffiano
come dolori che non si ritraggono
e generano echi che si espandono

a scavalcare mondi ed esistenze.
E più ci andavo in quelle strade sole
più mi perdevo. Poi ti ho incontrata.

Ed eri proprio quella che cercavo

la mia Poesia.

Pancreatica

Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
Si disponevano secchi di plastica e pezze
davanti all’armadio in camera da letto.
Lo specchio rifletteva i secchi, i nostri
vent’ anni raccoglievano gocce e intonaco
le nostre mani versavano bestemmie
strizzando rabbiosamente stracci zuppi
– torcendoli – quasi fossero il collo
della padrona di casa o di Agnese, che

un piano più su, calpestava esauste
riggiole sulle nostre teste, incurante
di noi e della guaina di asfalto da rifare.
Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
E anche adesso

che siamo poveri solo di tempo e di spirito
nella nostra casa il soffitto di un bagno ammuffisce.
Nell’altro pende immemore dell’intonaco, che poi
si sfoglia e precipita, come grandine o neve
mentre l’umido della doccia trasuda nel corridoio
sulla parete da ritinteggiare.  Anche adesso
esauste riggiole – mattonelle da cooperativa
in posa da vent’anni – fremono sotto i nostri
passi.E siamo noi, adesso, le padrone di casa
siamo noi quell’Agnese. E siamo sempre noi
impotenti, a benedire Ornella che non ha denaro
né troppa voglia di spenderlo né forse modo
di rifare i bagni dell’appartamento sopra il nostro.

[Ornella è spesso di pattuglia nel viale.
Porta a spasso un cane, le fa male la schiena
e cammina piano. Poi non ha un cazzo da fare.
Vuole vendere casa e trasferirsi a Nord-Est
dove vivono i due figli e i nipoti.
Suo marito Oreste ha un vecchissimo padre
da accudire, un padre ultranovantenne che
non ha voglia di morire. Non venderà casa
finché  suo padre vive. Attende la pensione.
Intanto tappa le falle come può – col silicone.
Ornella attende che il vecchio cane muoia
attende che il suocero muoia, e già ne piange
la perdita. Ma delle perdite nostre – quelle
nei bagni – non sembra darsi peso.]

Noi che imprechiamo tra i denti, mentre
sorridendo la salutiamo, al rientro.

Il ventre s_schiuso di una conchiglia

*

E adesso mi scruta sorniona una Maja
desnuda Sembra nascondere una perla
nella conchiglia impenetrabile del ventre
Mi schernisce, ehi al Prado ti è stato già
riservato il biglietto Ma, se non dovessi
arrivare in tempo -sorella- scattati
una foto della fica col cellulare e inviamela
che voglio mostrarla ai turisti del futuro

La fisso perplessa, le rispondo a caso
Non sono sicura di volerlo, però mi tenti
Se ci dovessi pensare studierò le pose

avrò il ventre s_chiuso di una conchiglia
e una perla celata al tuo sguardo beffardo

*

Il ventre schiuso di una conchiglia
Acquarello su carta granulosa, omaggio di Michela Tropea

da:

Nessun addio è per sempre

Il circolo vizioso della disarmonia

tra le mie braccia mi raccolgo
di me stessa resto in ascolto

mi metto a contatto col mio respiro
percorro il circolo vizioso
della disarmonia

e lo spezzo.

mi tengo un piede con l’altro
un lato del corpo con l’altro
mi sostengo da me

uscire

dai

soliti

schemi

– Io non ho paura!
– Non ce la farò mai …
– Non mi arrendo.
– Aiutami …
– Sei lontano.
– Sei già in cima …
– Sei scappato.
– Vattene!
– Ce la farò da sola …
– lasciami andare.
adesso.

ah, la bellezza del mio passo
la musicalità delle mie pause
il ritmo sincopato
di questo cuore compresso
quando sembra scoppiarmi in petto
questo respiro che si intrufola
nelle curve delle vertebre
e la forza della mia debolezza!

io mi amo.
Tanto.
tanto da potermi affidare
all’arbusto del sentiero
e aggrapparmici con fede cieca.

con queste mani posso sradicare
ogni certezza

(19 giugno 2007)

7. Senza più altro nome che quello

il-benedettoLungo la stessa parete dove erano appesi i ritratti delle buonanime di prima importanza, ci stava un comò di legno scuro con quattro grandi cassetti dalle maniglie dorate.Sul marmo che faceva da piano d’appoggio erano disposte altre foto di buonanime di tutte le età, davanti alle quali stava sempre un lumino acceso. Tra le altre ci stava quella di un bambino biondo coi pantaloncini corti e le scarpe bianche. Stava seduto su un triciclo di ferro, con gli occhi fissi al fotografo e la pancia gonfia come un tamburo. Teneva l’espressione ingrugnata di un vecchio triste, e gli occhi sgranati a fissare il fotografo erano appizzati dritti dentro gli occhi di chi guardava il ritratto.
Pareva che volesse spiare: “E tu chi sei? E pecché me staje guardanno? Te pare bbello ca io songhe muorto e tu me sfutte pure? E che tiene ‘a guardà’?! Vide ‘e te levà’ ‘a nanze ‘i piede!” Continua a leggere