Zi’ ‘Ngiulina

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Zi’ ‘Ngiulina è la donna che tiene il nipotino in braccio.  (foto gentilmente concessa  da Ignazio)
Lo spauracchio dei bambini del vicolo era zi’ ‘Ngiulina, una delle figlie della nonna Sarachèlla nonché sorella prediletta di suo padre. Che era tanto Sarachèlla da sembrare una donna terribile, e che tutti sembravano temere. Da grande Maruzzella avrebbe rivisto il proprio giudizio su quella zia, ma all’epoca dei fatti narrati ne aveva terrore.
A quel tempo, il vicolo era pieno di bande di scugnizzi vocianti, che ne combinavano di tutti i colori e avevano sempre qualcosa da fare.
Zi’ ‘Ngiulina era il loro incubo, e viceversa.

Dopo un pranzo consumato frettolosamente in stanze buie ed affollate, gli scugnizzi di Largo del Rosso sciamavano giù dalle scalinatelle o fuori dai bassi come api in cerca di fiori. E i fiori erano i basoli del vicolo, erano i muri di tufo giallo dei palazzi, che insegnavano ai ragazzi mille giochi.
Veniva la stagione delle nocelle, e allora i maschi giocavano a fare castelli di nocciole da distruggere poi con tiri rapidi e precisi usando ‘u pallone che ogni ragazzo possedeva: una nocciola scelta tra quelle più grandi, che ognuno provvedeva a rendere più pesante, facendo colare dentro il guscio, attraverso un foro praticato ad arte, del piombo fuso.

Veniva il tempo del singo, e allora c’era un posto, in un angolo della corte, dove i basoli formavano una specie di griglia numerica naturale, i bordi della quale erano gli interstizi di calce tra una pietra e l’altra. Ogni bambina sapeva quale basolo era il numero cinque, quale il numero tre, quali erano il basolo di partenza e quello di arrivo, senza bisogno di usare il gesso.
Maruzzella, che a causa dei postumi della paralisi non riusciva a saltellare su un solo piede, su quel singo di pietra grigia ci camminava soltanto, stando bene attenta a non finire sugli interstizi tra un basolo e l’altro, ché altrimenti avrebbe dovuto lasciare il posto alla sorellina, o ad Annuccella, la loro cugina.
Le altre bambine non le facevano pesare quella sua incapacità di saltare, poiché era tacitamente convenuto che lei partecipasse al gioco secondo le sue possibilità, e nessuna aveva mai messo in discussione questo patto mai formulato a parole.

Veniva pure il tempo delle piogge improvvise, le buriane, e allora in certi punti del vicolo si formavano delle grandi pozzanghere, i lavaruni, dove gli scalmanati bambini si divertivano a sguazzare, o dove facevano navigare barchette di carta o pezzi di legno cui si aggiungeva un’elica, azionata da un elastico.

Veniva l’estate, e i ragazzi cuocevano patate sotto la cenere, nei giorni in cui le donne facevano le conserve di pomodoro; oppure andavano a fare il bagno alla spiaggia della Sirena; oppure, quando il fresco della sera dava un po’ di sollievo, organizzavano le cucinelle, una specie di pic-nic d’altri tempi. Ognuno portava qualcosa da mangiare e si distribuiva quello che si aveva, o si cucinavano gli spaghetti aglio e olio e si mangiava tutti insieme, apparecchiando tavoli improvvisati al centro del vicolo.

Gli adulti stavano a guardare, talvolta sbraitando, ma più spesso sorridendo a causa del vocìo dei ragazzi e delle loro baruffe chiassose. Tutti, comunque, osservavano gli scugnizzi del vicolo con lo sguardo protettivo e paziente che hanno le leonesse quando sorvegliano i cuccioli del branco. Tutti, tranne zi’ ‘Ngiulina.

Che piovesse o splendesse il sole, che fosse Natale o Ferragosto, zì ‘Ngiulina era là, con la sua lunga pertica che in realtà era una sottile canna di bambù, a minacciare i bambini che “shhhh!!!…zitti!!” minacciavano il sonno leggero di zì Giulianiello. Il quale era suo marito e, sfortunatamente – solo per il fatto di avere disturbi del sonno, non per altro – pure lo zio di Maruzzella, Angelina e Annuccella.

La parola che attendo

Tu dimmi una parola, dimmi
quella che attendo
attenta a non fraintendere.

Dimmi soltanto quella
quella che voglio udire
e che non sento.

Dimmela, la parola che voglio
una parola sola, spiraglio
di futuro e grata sul passato.

Quale? Quale parola?
Quella che non ho inteso
che non mi hai detto, mai.

*

(Passava dalle mie parti e l’ho abbracciata. Piangeva, così le ho asciugato le lacrime con le mani, avevo soltanto quelle. Mi ha sorriso a labbra chiuse. Poi mi girava intorno, perdeva tempo, finché l’ho scritta… )

scrivi.com

(23 luglio 2003)

Che cosa ci sta succedendo?

Che cosa ci sta succedendo
che andiamo straniti
fingendo una vita sbagliata?

Succede che esisti tu solo
mi tieni in un pugno, serrata
– non volo, non voglio!

Se torni mi spoglio di me
son pelle, saliva, sudore
son naso che annusa.

E sono le mani che intreccio
la lingua che avida lecco
la bocca che succhio.

E sono la danza – le dita
che frugano dentro
e sono respiro e piacere.

Vestita di te vado in giro
stupita da questo silenzio
che attonito grida stanotte

– Che cosa ci sta succedendo?

Cosa può essere mai la Poesia?

Un ponte, ma anche l’esplosivo che i ponti fa saltare.
Un muro, una barriera, una porta sbattuta in faccia, un nodo che non si scioglie.
Un gioco, un salvagente, una mano tesa, un sorriso – la terapia contro il dolore di vivere.
Lo sguardo che ci tiene insieme – noi così diversi, così distanti, così sconosciuti gli uni gli altri, così soli.
Un suono che ci riconduce a casa, che ci fa armonia; la dissonanza in cui ci specchiamo, che ci spiazza.
Ciò che di noi rifiutiamo, da cui ci siamo allontanati o in cui ci tuffiamo per riconoscerci. Riemergendone bagnati di nuova consapevolezza.
Una via, il viaggio, una coperta sempre troppo corta e, insieme, la scoperta che immaginiamo debba salvare il mondo.
Un cataclisma, una furia devastatrice, oppure una pausa di luce tra la devastazione in atto e quella prossima a venire.
Un amore a cui siamo rimasti fedeli per l’intera vita, l’unico che sia rimasto sempre ad attenderci – anche mentre eravamo vivi, e ciechi e sordi e muti – e l’unico sempre disposto a riaccoglierci senza chiedere spiegazioni.

E quando la cerchi si fa sempre trovare. Come qui, tra le pagine di un libro:

<<“Con permesso, don Federico, un momento solo!” esclamò Vincenzino Aurispa, quasi toccando con le sue nere dita le labbra del vecchio bidello. “Vi giuro che questo trucco mi fa dannare! Spiegatemi un poco: don Giove c’era o non c’era nella nuvola?” “Era Giove l’intera nuvola! Era fumo, era vapore dalla testa ai piedi!”
” E scese raso terra? O con un forte vento sollevò Io, cioè lei, fino a lui? Come si regolarono, parliamoci francamente, per stare cuore a cuore tutti e due?
“Non si sa, è poesia.”
“Son indeciso se credervi o no, don Federico. Giove non si poteva travestire in qualche altro modo? Riusciva lo stesso nell’intento, anzi meglio, se diventava una mosca, o una pulce.”
“Non sarebbe stata poesia.”
“Caro don Federico, ma allora che imbroglio è, la poesia? Qualunque esagerazione, qualunque errore voi dite ‘poesia’ come si dice ‘indumenti’ alla dogana, e passate senza aprire la valigia?”
“Esattamente. La poesia è una fiducia completa, impossibile a descrivere. Se una poesia ti chiama ladro o becco tu rispondi: ‘Sissignore, servo vostro’ e rimani contemporaneamente disperato e felice. Intendiamoci bene, con la poesia non si ragiona; la poesia è il settebello di ogni fatto avvenuto, di ogni pensiero pensato e di ogni vivo vivente … avete capito?”
“No, ma pazienza” sospirò don Alfredo Tescione. “Si vede che la poesia è un mistero.”>>

(da:”Gli alunni del sole”*, Giuseppe Marotta, ed. BUR Rizzoli)

*Una sorta di mitologia greca rivisitata con spirito tipicamente napoletano e raccontata a puntate da un ex bidello ai ‘pezzenti’ suoi amici, tutti accomunati dalla curiosità di conoscere amori, imbrogli, tradimenti e battaglie degli antichi dèi, nei quali rivivono le proprie umane vicende. Napoli che diventa regno della fantasia e del ‘favoloso’, descritta in pagine memorabili. Vi consiglio di leggerlo.

Non ti amo

decrepita, stanca bagascia
impiastricciata di parole vuote

– per l’occhio, per conventicole
per mercimoni, per sentito dire –
così priva di musica, di gioco, di respiro
così agghindata di orpelli (e cieca)
supina serva dei conati (e muta)
così sepolta sotto eventi e microfoni
(disincarnata) ombra sparata sul fondale
da un riflettore. inconsistente così
militante così, sempre, senza ironia
poesia con tatto zero (e sorda)
zero senso del limite, del ridicolo

non ti amo
non è così che ti voglio

Tra qui e lontano

La differenza è nello sguardo. Qui, ha righe
sottili il lenzuolo che si commuove alla brezza
della controra. Il giallo dei cuscini gli fa eco
con un sospiro quieto. Lontano, invece, appena
si distingue la sagoma impregnata di foschia
di un’ isola vulcano. Tra qui e lontano, sta il muto
verde del pino. La differenza è nello sguardo.

1_pino estivo

Le altre scaglie sono qui:

Scaglie di dormiveglia

Litania puteolana

Stóncö stancä*

m’abbruciä nu ciancö
më cioncö e më stèngö
chiù fammä nu’ ttèngö.
Mo ‘a vèstë j’ ‘appèngö
‘a fruttä ‘nt’ ‘a räóngö
â festä nu’ bbèngö
më vac’ a cuccà

chiù nu’ mmë ‘ncuità!

——

*stanca: licenza poetica. nel mio dialetto direi ” Stónc’ accésä ”

Traduz. Sono stanca/ mi brucia un fianco/mi paralizzo e mi stendo/non ho più fame./Ora appendo la veste/ non ti do la frutta/ non vengo alla festa/vado a coricarmi/ più non mi seccare!

Poesia da poltrona

Ezra Pound era di poco più giovane di mia nonna Teresina
ma è morto molti anni prima di lei. Mia nonna non si è mai mossa
da Largo del Rosso, a parte la volta che si è rifugiata a Qualiano
per sfuggire al vulcano che si diceva sarebbe sorto
nel porto. Ezra Pound invece è morto dopo aver viaggiato
a più non posso, ma senza aver mai visto mia nonna,
Qualiano e Largo del Rosso. Viaggiare, per paradosso
a Pound ha abbreviato la vita e negato una conoscenza.
Mia nonna non l’ha saputo. In entrambi i casi l’ignoranza
è stato il classico dono della Provvidenza, suppongo.

A tavolino

Una tazza sopra un piattino sopra fogli colorati
di cartoncino. Una piccola acquasantiera su cui siede
un puttino. Lo smartphone,un posacenere, occhiali ripiegati
su Pasolini. Librini di poesia, raccolte di cruciverba, un pacchetto
di sigarette, un accendino. Il cordless e un paio di forbici
sotto un tovagliolo di carta. La raccolta di Tomada recapitata
stamane dal postino. Una spillatrice sulla sagoma ritagliata
di un abetino. Dentro il grande piatto in ceramica che dovrei
sempre appendere. Un albero di Natale di scorta che incombe
sul portaconfetti. Una foto di mio figlio a due mesi e, a destra
quella di un matrimonio, in cornice. Il lume acceso
l’albero con le luci spente, e l’ultimo D di Repubblica
con la rubrica di Galimberti che pubblica la lettera
di un ragazzino. “Mi piace molto leggere – scrive – ma
nella mia classe sono il solo.” Chiede a Galimberti se possa
suggerirgli come cambiare la situazione. La solita, saggia
risposta di Galimberti. Il quale non può ma chiude comunque
con un’esortazione…

(Tutto questo disordine sparso sul tavolino
dovrebbe cambiare qualcosa nel mondo – potrebbe?
Se no, non scriverci poesie)
“Portarsi avanti con gli addii”: piaciuta fin dal titolo.

Hanno detto

hanno detto non è un gioco, è proibito giocare
hanno detto non si può dar ragione a chi ne ha da vendere
hanno detto chi cazzo è, non sa vendersi
hanno detto non sei tu che paghi, non sei tu che critichi
hanno detto non contrastare chi gestisce l’affare
hanno detto scrivi a comando, blandisci
hanno detto dopo un punto fermo ci va una maiuscola
hanno detto troppo lunga, hanno detto sfronda
hanno detto troppo corta, troppi aggettivi, la metrica
hanno detto prosastica, e hanno detto reitera,
hanno detto oh l’ anafora! hanno detto è un ossimoro
hanno detto il ritmo è spezzato, hanno detto è descrittiva
hanno detto è metafora, hanno detto troppo narrativa
hanno detto non suona, ricuci, ragiona
hanno detto riduci, colpisce hanno detto
hanno detto ti voglio più assertiva
hanno detto ma è barbara, è dada, è un haiku
dài, scrivi un sonetto! hanno detto strambotto
hanno detto è dialetto, cazzeggi, le virgole!
hanno detto anche senza dire, senza parere

a chi ha detto rispondo che ho scritto
che ho fatto che ho detto
solo ciò che volevo

Troppo rumore per nulla

Eccomi qua, rinchiusa come al solito in un box puzzolente. Dicono che sono un gioiello della meccanica, che valgo molto, che sono stata costruita per correre, per vincere.
Quel tipo strano che mi guarda compassionevole mi fa tenerezza. E’ il mio meccanico e non mi perde di vista un secondo. Ogni tanto mi si avvicina, finge di ispezionarmi con aria professionale e intanto mi parla con tono carezzevole, come un innamorato.
“Ehi, svitata! Te la do io una regolata ai bulloni, se non metti la testata a posto da sola!”, ridacchia affettuoso.

Da quel che capisco il mio destino è segnato. Il pilota giusto l’altro ieri gli ha detto che non conviene perdere altro tempo con me, e che è stufo marcio delle mie bizze. Il mio meccanico teme che i padroni della baracca decidano di rottamarmi, “benché sia un vero peccato”, a suo dire. Mah …
Non capisco perché mi chiami svitata. So soltanto che non ho intenzione di passare il resto della mia vita rinchiusa in questo angusto garage, insieme a mostri rombanti che non hanno altra prospettiva che quella di essere chiamati a girare in tondo lungo un anello di asfalto, giocando a fare a chi è più bolide.
Sgommano, sfrecciano, fanno un casino del diavolo: mi si ingrippano i pistoni solo a pensarci!
Che ci faccio io tra loro? Boh! E poi… che senso ha correre lungo una pista che non ha vie di uscita? Che significa tutto questo correre? E dove porta?
Quello che so è che sulla pista dove anch’io dovrei sfrecciare è tracciata una linea su cui è scritto TRAGUARDO. Ci passi tante volte sopra e non succede nulla. Credo ci sia qualcuno che conta le volte che sei passata su quella linea, ma non so spiegarmi perché. Ad un certo punto, il primo mostro rombante che passa sul traguardo “vince”. Ma vincono anche il secondo e il terzo, sia pure con meno clamore. Hanno disputato una gara di velocità. Il primo vince da primo, il secondo da secondo e il terzo … vabbè, vince da terzo, contento lui. E cosa si vince? Una coppa grande, una di media grandezza, una piccola, e fin qui mi è chiaro. Ci dev’essere anche un po’ di denaro tra i premi, ma non si vede. Invece si vede sempre una bottiglia di champagne da spruzzarsi addosso.
I piloti impazziscono di gioia se ricevono la coppa più grande. Perché? Mica lo so … Sul podio agitando le coppe festeggiano insieme al primo pure il secondo e il terzo, mentre si fanno reciprocamente la doccia con lo champagne e si mettono in posa per le foto. Roba da matti, no? Invece secondo il mio meccanico la svitata sarei io …
Mi dispiace per il mio pilota. E’ sempre molto incazzato con me. Sostiene che non rispondo ai comandi. Sarà così, ma … perché dovrei? Mi farebbe girare in tondo per ore ed ore. Non sarebbe giusto, io non voglio!
Appena il custode si distrae me la svigno. Mi dispiace pure per lui. Avrà delle rogne ma non posso fare diversamente. Me ne vado in giro per i fatti miei. Lentamente. Scelgo le strade meno frequentate, i posti più sperduti. Scelgo di andare piano. Voglio conoscere il mondo là fuori. Voglio incontrare le auto che non hanno fretta, quelle che non fanno gare di velocità. Voglio tenere i giri al minimo, per non disturbare i piccioni che tubano tranquilli. Sono già riuscita a liberarmi. L’ho già fatto, ma mi hanno sempre riportata qui.
Perché mi notano tutti, rossa come sono! Dicono che sono una Ferrari e mi guardano come un miracolo. Cacchio, sarebbe stato meglio essere una Cinquecento!
Ci riproverò: non mi rassegno a questa vita infame. Ci riproverò e ce la farò, stavolta. Anche conciata così, con questa carrozzeria che mi penalizza e questo motore che non vuole saperne di andare piano. E che fa troppo rumore per nulla.

A ogni giorno la sua morte

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Dov’è il mondo intorno a me? Dov’è ora il ruggito della guerra? I rantoli delle vittime non penetrano il silenzio ovattato che mi avvolge.

Io posso solo sapere di questa porzione di mondo che gli occhi bevono ogni giorno. Il cielo è ancora chiaro, ma l’incendio del sole al tramonto è già lì, disteso sulla sagoma cupa dell’Epomeo.

E posso solo dirti di quel pino solitario che svetta sui campi che mi separano dalla distesa d’acciaio del mare. Dello spettacolo trionfale di sfilacciate nubi illuminate dagli ultimi bagliori, eppure già rassegnate a confondersi nell’oscurità che tutto avvolge, di sera.

Si spegneranno tutti i colori, come ogni volta che viene la notte. Ma, prima, tutto virerà nel viola, e quelle nubi dovranno addensarsi come colate di cenere.
E già si alza il vento, e gli spifferi sanno d’inverno e di gelo.

Se fossi qui potresti vedere la sedia nell’angolo del terrazzo, i cuscini gialli disposti a ventaglio a far da cuccia al cane. Saresti sorpreso per l’erba che cresce nella ciotola di terracotta, tripudio di vita nonostante il lungo abbandono. Forse diresti che è il suo giusto prezzo.

Ti accorgeresti dello sfrecciare rapido dei passeri che si affrettano a tornare ai nidi? E mi ordineresti con un sussurro prepotente fra l’orecchio e il collo di alzarmi e seguirti altrove?

Annega nel sangue questo giorno di gennaio. E non riesco a raccontarti altro che la sua splendida morte.

Allora scrivo

Allora scrivo, per costringerti ad ascoltare.
Io non ti vedo, non ti sento, non esisti.
Ci sono io e basta. Io, maledetta
un fiume in piena di veleno e follia.
Che fumo, rantolo, impreco.
Che mi dondolo sulla sedia e piango asciutto.
Io che mi tappo gli occhi con le mani stese
che scavo le tempie coi pollici
nel vano gesto di chi spreme angoscia.
Io e il latrato di un cane
lontano e disperato anche quello.
Invento preghiere senza destinartele
articolo grida oltre la soglia dell’udibile
mi faccio sconti di se e di ma. Poi rido.
Di te, di me, di questo schifo che è ogni sera.
E tu chi sei, eh? Nessuno.

Tu – che adesso scorri indifferente
queste righe, che sei una foglia
abbandonata alla corrente – che cazzo
sai di me, se non che un gorgo impazzito
di dolore mi sta trascinando a fondo?
Adesso – adesso – mentre tu leggi così
senza parere – hai capito, stronzo?!
Affondo – a fondo – e non c’è nulla
su cui voglia puntare i piedi. Ma intanto
mi prendo il gusto di sputarti in faccia.
Di vomitare rabbia
sul tuo procedere senza sapermi tutta.

Ballata per Gina, atto II

Gina che muore di sonno, che si rifiuta di chiudere gli occhi;
che quando dorme non sogna, o che forse sì ma al risveglio
non ne resta traccia; Gina che forse da sveglia non ne possiede
abbastanza, di sogni; che forse la speranza di un sogno se l’è
portata via il tempo. E il tempo ganzo con cui andare a letto
può sempre aspettare, che tanto Gina i suoi bocconi di notte
non se li fa più rubare. Gli spazi di silenzio dentro il buio fitto
le fanno da coperta e lei, Gina che dorme sempre troppo poco,
se la tiene stretta.

Nel nero trafitto da un lampo, spesso, scintilla una parola:
lei aspetta quella più giusta per farsene lenzuola; e sprimacciando
una voce se ne fa guanciale; Gina si ninna da sola.
Non ne può più dell’inverno che le stringe la gola; pensa
che fuori è caldo, che tanto in casa tutti dormono e che c’è
nessuno che l’aspetta. E allora vola,

fuori dal terrazzino, vola verso la bocca dei cani
che urlano alla notte verso la luna piena, verso una stella lontana,
stella forse contenta/ di vederla arrivare. Vola
verso il destino che è stato scritto per lei, Gina.

E so del tempo perché scruto il cielo

La costellazione di Orione fotografata da Giovanni Conte
“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtiélle.”

Le tre stelle allineate della Cintura di Orione, chiamate dai pescatori puteolani “I tre fratiélle”, ovvero i tre fratelli, appaiono nel nostro cielo sul finire dell’estate. E avvisano i pescatori che bisogna prepararsi ad affrontare l’inverno.

C’è un detto popolare che ho sentito ripetere da mio padre e lo lascio sotto questa immagine:

“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtielle.”

I tre fratiélle sorgevano verso la fine di agosto, nel pezzo di cielo che si poteva vedere da casa nostra, sbucando all’imbrunire  oltre il palazzo che noi chiamavamo ‘u palazz’ ‘i ‘Ddulurata, e che in realtà era un’antica torre di avvistamento spagnola che negli anni sessanta del Novecento era ancora abitata da due famiglie e che dopo il Bradisismo del 1970 rimase deserta e in abbandono. Quando ero bambina nel palazzo mezzo scarrupato abitava soltanto Ddulurata. Io ci entrai una volta con altri bambini del vicolo, e salii le scale buie e polverose fino in cima. Fu una specie di prova di coraggio, ricordo ancora la lotta per vincere la paura, i gradini privi di marmi, di pietra nuda rosicata dal tempo, e l’odore penetrante di umido. Visto da casa mia il ‘palazzo’ era tutto di tufo giallo, e negli interstizi tra le pietre facevano i nidi i colombi. Era un buon fondale per osservare il cielo, di notte. E all’inizio della primavera da dietro il palazzo sorgeva finalmente il sole, che nei lunghi mesi invernali era troppo basso per farsi vedere, e la sua luce arrivava sul mio balcone.

(foto di Giovanni Conte)

In cammino

Stamattina ho visto passare una poesia
lungo il viottolo che costeggia casa mia.

Aveva l’incedere altero, il passo sicuro
di chi sa dove andare, la schiena dritta,
la pelle nera, lo sguardo fiero, gli occhi
di un ragazzo giunto da chissà dove
[era una poesia in cammino] diretto
chissà dove. Che indossava una polo
bianca su jeans puliti, e un’espressione
tranquilla. Portando sulle spalle
uno zainetto scuro, un paio d’ali ai piedi.

Una Panda le è transitata accanto
quasi sfiorandola, senza coglierla.

Gli scugnizzi di Largo del Rosso

Foto di Vincenzo Conte o Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni sessanta.
Foto di Vincenzo Conte o di Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni ’60.

Zufenella, diminutivo e storpiatura di Sofia, era la donna anziana che in questa foto è ritratta con la nipotina in braccio. Per  me resta la donna che ogni anno, nell’ultimo martedì prima del periodo di Quaresima, organizzava uno spassoso funerale, con gran divertimento mio e dei bambini del vicolo. Dopo aver costruito un fantoccio riempiendo di trucioli di legno la tuta di lavoro di qualche operaio o artigiano, lo adagiava supino su una carretta e lo portava in corteo per tutto il quartiere gridando a gran voce: “E’ muorto Carnevale!”, seguita da un codazzo di scugnizzi schiamazzanti. Al termine della processione adagiava il fantoccio sui basoli e gli dava fuoco, mentre tutti i partecipanti al funerale, disposti in cerchio intorno al fucarazzo, fingevano di piangere, di stracciarsi i capelli e le vesti. Tra un urlo di dolore e un finto pianto ci scappavano sempre molte  grasse risate. A me Zufunella piaceva tantissimo, anche se per tutto il resto dell’anno non ci avevo a che fare, e mai avrei immaginato che non fosse felice.  Ma un giorno seppi, ascoltando le mezze parole dette sottovoce da mia madre e dalle sue amiche, che era morta. Non di morte naturale, come sarebbe stato normale a giudicare dalla sua indole apparentemente gioviale. No: le donne dicevano che aveva bevuto qualcosa, non ricordo più se liscivia o che altro, e che si era avvelenata. Mettendo fine alla propria vita mise termine pure alla tradizione del funerale di Carnevale, portando con sé un sacco di storie che avrebbero forse meritato di essere scritte.

Il mio primo giorno di scuola

Giocano a trasformarsi in farfalle
ma galoppano come puledri
strisciano come serpentelli
o se ne stanno in un angolo

ruggiscono come leoni
– ridono ad ogni magia –
o hanno paura dell’eco, in palestra.

Soffrono, per la mamma
che non vede l’ora di andar via
e lasciarli da soli; chiamano zia
la maestra, quando sono orfani
e non hanno l’astuccio nuovo
o lo zaino delle tartarughe Ninja.

Si avvicinano e ti toccano
per allacciare il loro cuore
al tuo. Vogliono scrivere,
chiedono che appaia un sorriso
sul foglio riempito a fatica
di segni compìti o arruffati.

Si presentano a Pulcinella e Carmela,
poi staccano loro il collo per troppo
amore (le marionette di Francesco:
che lui non sappia, mai! ) …

Scrivono un nome,  riempiono
di colore un benvenuto; aspettano
che arrivi il proprio turno
per avere attenzione. O scalciano,
perché non hanno ancora imparato.

Stanno in silenzio perfetto
se racconti loro una fiaba.
E quando sono stanchi si chiedono
se la mamma, se il nonno
se la zia verrà, se il pulmino verrà,
se qualcuno verrà … e ti chiedono
– Ma tu lo sai dove abito io?

Poi fanno il treno in doppia fila indiana
per andare via

i bambini, il primo giorno di scuola.

N.d.A. Scritta nel settembre 2006, al termine della mia prima giornata scolastica coi bimbi di prima, e dedicata oggi a quei bimbi, che ho avuto la fortuna di accompagnare lungo il loro percorso nella scuola primaria, che si è concluso venerdì scorso. Il loro primo giorno di scuola fu anche per me un giorno emozionante: intenso e indimenticabile come lo sono sempre tutti i primi giorni delle storie  importanti.
(giugno 2011)

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà.  Che è solo un po’ più grande di mio figlio. Diciassette anni appena e qui non ha nessuno. Che chissà da dove viene, chissà com’è arrivato. Che ha i denti macchiati – guardalo bene mentre parla – che non ha l’apparecchio. Che ha già la pelle vizza di un vecchio, Mustafà. Che ha sete e chiede da bere.  Che ha tutto questo camminare sulla spiaggia, nelle gambe, tutto questo procedere senza filtro, senza protezione, col suo carico di stracci legato sulla schiena.

Il nodo, vedi, non riesce a scioglierlo: mi chiede l’accendino per bruciare la corda e liberarsi della soma.

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco, prelevata dall’album “Venditori di sabbia”

Mustafà che è venuto in Italia da solo. Che a Ponticelli ha trovato un posto da apprendista carrozziere. Che proverà da settembre a cambiar vita, purché la fortuna lo aiuti.

Che mi chiede di fargli scudo con le mani, perché il vento continua a spegnere la fiamma che dovrebbe spezzare lo spago.

Che ha una brutta cicatrice sulla fronte e non saprò mai cosa gli è successo. Che non riesco a far andar via.

Penso  a sua madre, mentre si riposa all’ombra:  sono sua madre anch’io.

Mustafà – potrei chiedergli di venire a casa … – figlio dell’Africa che ho pudore di abbracciare.

Che mi fissa con occhi d’ambra e mi dice di sé, e pare aspettare. Mentre sa già che lo aspetta Ponticelli, e se va bene un posto letto in periferia.

– Prendi il vestito arancione, signora: è il più bello …

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco

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Foto di Dario Di Franco,  dall’album  “Venditori di sabbia”

Alieni

E’ un venerdì di aprile del 2013, una sera finalmente tiepida dopo settimane di pioggia e freddo.

Sto  affacciata alla ringhiera di un terrazzino che guarda su Largo Emporio.

Un tempo doveva essere il balcone di una casa;  adesso dà luce ad una delle salette al primo piano di un ristorantino in cui sono stata invitata a festeggiare le nozze d’argento di una coppia di amici: un localino che propone una cucina basata su piatti di pesce a basso costo e che pratica tariffe adatte alle tasche di un’impoverita classe media e a palati poco schizzinosi.

Questo è solo uno dei tanti ristorantini del centro, che si susseguono nei vicoli della Pozzuoli vecchia occupando quelli che furono bassi, botteghe, malazè, quartini di pescatori,  artigiani e piccoli commercianti che un tempo vivevano in questi luoghi.

Largo Emporio, a quei tempi, era lo spazio all’aperto adibito a mercato del pesce del Comune di Pozzuoli.

Di mattina era uno spettacolo di vita, di suoni e di colore fatto di ombrelloni,  di tinozze di legno tinto di bianco e azzurro,di spruzzi e secchiate di acqua di mare del porto;    un concerto di voci sgraziate, di trattative rituali, di grida, di inviti, di richiami di venditori: “ ‘Alóice! Accattàteve ‘alóice!! ’I bbotte ‘nciélo, ‘i  sbatte ’ntèrra e songhe sèmpe scintillante!”

Dopo il mercato,  specie d’estate, dal selciato si sprigionava un fetore nauseabondo: un misto di legno fradicio e nafta, di pesce fetente, di salmastro, di ruggine e di urina che evaporava in miasmi insopportabili, quando il sole picchiava sui basoli  e sullo spiazzo lasciato deserto.

In questa parte del paese,  tra i vicoli affacciati su Largo Emporio e il Canalone, ci abitavano tre delle mie compagne dell’Istituto Magistrale, nelle cui case ho trascorso interi pomeriggi durante gli anni dell’adolescenza a partire dai primi anni Settanta, nel periodo immediatamente successivo alla prima crisi bradisismica,culminata con lo sgombero del Rione Terra e lo spopolamento –  quella volta solo temporaneo –  dell’intera città bassa.

Al rientro da Qualiano, dopo alcuni mesi di allontanamento dal paese e da Largo del Rosso, avevo circa dodici anni. Con la riapertura delle scuole  cominciai a riprendere confidenza col “mondo”oltre Largo del Rosso e la contrada di “Rint’â Torre”,  in cui la mia famiglia era radicata ed in cui poi ho abitato fino al 4 settembre del 1983, il giorno della prima forte scossa di terremoto dovuta alla seconda  crisi bradisismica,  che trasformò per anni tutta la Pozzuoli bassa in una città fantasma.

Lina,  Rosaria, Margherita.

Delle mie tre compagne di scuola di un tempo, soltanto Rosaria abita ancora nel centro storico: “Rint’ â Torre”, vicino alla chiesa di San Marco.

Lina si è trasferita da Largo Emporio a Bacoli;  Margherita da Vico Caldaie al Rione Solfatara.

Io abitavo a  Largo del Rosso, vicino al Tempio di Serapide. Nel tempo di prima attraversavo Via Roma e andavo a fare il bagno alla spiaggia della Sirena.  Da lì sono finita a Monterusciello.

Nella stradina che si è creata tra la fila di palazzi e quella dei gazebo allineati di fronte al parcheggio, vedo transitare i ragazzi che agiteranno la movida notturna tracannando cicchetti serviti al modico prezzo di un euro, e i clienti che invece possono permettersi una cenetta a base di piatti di pesce e che hanno già prenotato un tavolo da “Bobò” o dal “Tarantino”.

Pochi, in questo tempo di crisi.

Il terrazzino a cui sono affacciata sta proprio sopra uno dei  ristoranti che ancora si ostinano a fare cucina di qualità e preparano piatti  col pescato selvatico procurato dalle barche superstiti di quella che fu la marineria di pesca puteolana.  Che pagano cara  la materia prima e che poi praticano prezzi alti per buone ragioni. Ma che forse proprio per questo sono destinati a soccombere ai take away e ai fast&cheap food.

 

Mentre sono affacciata vedo arrivare, dall’ ingresso della stradina che dà sul mare,  uno che riconosco, uno di Abbasci’ û Mare.  Magro, coi capelli sale e pepe, da tutti chiamato Ciacione.

E’ amico di mio cognato e conosce bene i miei fratelli, ma di lui so nulla o quasi, a parte il nome, o meglio, ‘u contranomme che ha sostituito il suo nome anagrafico.

Avanza guardingo nella stradina, tenendo sotto braccio un cassettino di pesci appena pescati tra cui spiccano  grossi cocci e scorfani  ancora vivi.  

Si ferma proprio sotto al terrazzino su cui sono io, e contratta sottovoce  col ristoratore per  venderglieli.  Alla fine glieli lascia, e l’uomo li sistema su un letto di ghiaccio dove i pesci cominciano a contorcersi.

Mentre Ciacione si allontana, mi pare che alla sua sagoma snella si sovrapponga quella di mio padre, coi suoi stivali di gomma verdognola in cui erano infilati i pantaloni di tela,  ‘u curpèttö di cotone pesante a maniche lunghe e il basco di feltro blu sulla testa mezza pelata.

Cammina tranquillo tra la folla del venerdì sera, pare invisibile tanto è ignorato dagli altri passanti, poi svanisce nel buio senza lasciare traccia di sé, quasi fosse un alieno capitato per sbaglio in un mondo lontano anni luce dal suo pianeta di origine.  Alieno,  come Ciacione.

Un tempo questo era il ‘loro’ quartiere, abitato da gente semplice come loro, che parlava la loro stessa lingua,  che conosceva ogni angolo di questo mare e che sapeva indicarne i posti usando gli stessi toponimi. Che se un altro pescatore, sciogliangiarre e solitario che fosse o tartarunàro  e di compagnia come quelli delle lamparelle,  gli avesse detto che aveva pescato  ’Rint’a Badessa, o ‘Ncopp’ ’i Mmèrle, o A luànte î tubbe,  ‘Nt’’u vasciéllo, o ‘Nt’ a Chiaia ’i Cumma,  loro sapevano esattamente dov’era quel posto, e gli altri pure, ma  nessuno che non fosse un pescatore avrebbe capito di che stavano parlando.

Ciacione. Potrebbe essere la storpiatura del suo vero nome,  o di chissà quale epiteto affettuoso con cui  lo si chiamava da bambino.  O forse, da adulto, gliel’avranno affibbiato  i compagni di pesca, come era accaduto a mio padre.  Da “Vincenzo”, che in puteolano  era Viciénzo, era poi diventato in bocca a sua madre e a sua moglie soltanto Scarrupiéllo  (“Scarrupié!”),  e in bocca agli altri pescatori soltanto Caparagliéllo,  in quanto figlio di Capa r’aglio, mio nonno.

Quale sia il vero nome di Ciacione lo ignoro. Il suo contranomme  ha però il suono dell’acqua agitata con le mani, il suono che fa il corpo di qualcuno che nell’ acqua ci è nato e che per questo ci sguazza: uno ca se ciacéjia, per l’appunto.

Mentre lo guardo allontanarsi e svanire,  mi punge in gola a sorpresa un doloroso pensiero: “E’ diventato uno straniero in casa sua senza nemmeno accorgersene …”.

E’ il  sopravvissuto di un mondo scomparso.  Come lo siamo noi,  esuli a Monterusciello o al Rione Toiano.  Come forse lo erano già mio padre e i suoi compagni di pesca a loro insaputa fin dal tempo di prima. Prima dell’esodo.

Prima che Pozzuoli fosse sventrata.  Prima che fosse esposta al mondo come un coccio o uno scorfano dai colori smaglianti del pesce appena pescato, con l’occhio che pare vivo, come quelli rimasti a fare bella mostra di sé, irrimediabilmente morti,  sul letto di ghiaccio del banchetto di Bobò.

Una mosca è una mosca

. una mosca è una mosca .
:  ali leggiadre due  – da sfoggiare
. zampe con cui attaccarsi ai vetri: sei
– due delle quali da sfregare al sole
oppure da utilizzare per grattarsi.

. noiosa quanto basta se impazzisce
è un elefante nel mondo degli insetti
–  ha una proboscide minuscola
per  suggere letame e nettare –
ma è una mosca, pur sempre una mosca.

. questa creatura  nella sua interezza
– occhi composti  per vedere  meglio
famelica passione per la merda
ronzio ubriaco tra i filari d’uva
larva dentro la pancia di un cadavere –
mosca è chiamata – senza tenerezza …

. ora:  una mosca è soltanto una mosca
: un capo mobile,  un torace  evidente
un addome  poco pronunciato
: parrebbe una  creatura equilibrata …

ma io la scaccio e lei non s’allontana
– mi ronza intorno quando meno voglio –
quindi le do la caccia: attendo
immota che mi giunga a tiro – poi
senza pietà la schiaccio.

(2010)

Cercandoti, nel viaggio di una vita

Cercandoti nel viaggio di una vita
ho conosciuto versi che gloglottano
come colombi maschi innamorati

il collo gonfio e tanti giri in tondo
fanno il verso a se stessi
ed amano ascoltarsi.

Ho fatto quattro chiacchiere con calma
in piazze piene di parole matte
di forme strane e giochi senza fine

mi hanno strizzato gli occhi con malizia
suonando buffe, e addosso lo stupore
mi han cucito, stretto sui fianchi.

Ho sostato ad incroci frequentati
da versi ermetici, freddi
come una porta che ti sbatte

muta sul viso; versi di sé compresi
domande che non vogliono risposte
e non ne danno, chiuse ai sorrisi.

E poi ho percorso strade lastricate
di parole assolate, di aride parole
disseccate, dure come macigni

parole gravi per dire la pena
perle di una collana di preghiere
o inevase scadenze.

Fanno versi che spezzano
i fili dell’ordito di una vita
come unghie scheggiate

quelle parole; graffiano
come dolori che non si ritraggono
e generano echi che si espandono

a scavalcare mondi ed esistenze.
E più ci andavo in quelle strade sole
più mi perdevo. Poi ti ho incontrata.

Ed eri proprio quella che cercavo

la mia Poesia.

Pancreatica

Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
Si disponevano secchi di plastica e pezze
davanti all’armadio in camera da letto.
Lo specchio rifletteva i secchi, i nostri
vent’ anni raccoglievano gocce e intonaco
le nostre mani versavano bestemmie
strizzando rabbiosamente stracci zuppi
– torcendoli – quasi fossero il collo
della padrona di casa o di Agnese, che

un piano più su, calpestava esauste
riggiole sulle nostre teste, incurante
di noi e della guaina di asfalto da rifare.
Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
E anche adesso

che siamo poveri solo di tempo e di spirito
nella nostra casa il soffitto di un bagno ammuffisce.
Nell’altro pende immemore dell’intonaco, che poi
si sfoglia e precipita, come grandine o neve
mentre l’umido della doccia trasuda nel corridoio
sulla parete da ritinteggiare.  Anche adesso
esauste riggiole – mattonelle da cooperativa
in posa da vent’anni – fremono sotto i nostri
passi.E siamo noi, adesso, le padrone di casa
siamo noi quell’Agnese. E siamo sempre noi
impotenti, a benedire Ornella che non ha denaro
né troppa voglia di spenderlo né forse modo
di rifare i bagni dell’appartamento sopra il nostro.

[Ornella è spesso di pattuglia nel viale.
Porta a spasso un cane, le fa male la schiena
e cammina piano. Poi non ha un cazzo da fare.
Vuole vendere casa e trasferirsi a Nord-Est
dove vivono i due figli e i nipoti.
Suo marito Oreste ha un vecchissimo padre
da accudire, un padre ultranovantenne che
non ha voglia di morire. Non venderà casa
finché  suo padre vive. Attende la pensione.
Intanto tappa le falle come può – col silicone.
Ornella attende che il vecchio cane muoia
attende che il suocero muoia, e già ne piange
la perdita. Ma delle perdite nostre – quelle
nei bagni – non sembra darsi peso.]

Noi che imprechiamo tra i denti, mentre
sorridendo la salutiamo, al rientro.

Il ventre s_schiuso di una conchiglia

*

E adesso mi scruta sorniona una Maja
desnuda Sembra nascondere una perla
nella conchiglia impenetrabile del ventre
Mi schernisce, ehi al Prado ti è stato già
riservato il biglietto Ma, se non dovessi
arrivare in tempo -sorella- scattati
una foto della fica col cellulare e inviamela
che voglio mostrarla ai turisti del futuro

La fisso perplessa, le rispondo a caso
Non sono sicura di volerlo, però mi tenti
Se ci dovessi pensare studierò le pose

avrò il ventre s_chiuso di una conchiglia
e una perla celata al tuo sguardo beffardo

*

Il ventre schiuso di una conchiglia
Acquarello su carta granulosa, omaggio di Michela Tropea

da:

Nessun addio è per sempre

Il circolo vizioso della disarmonia

tra le mie braccia mi raccolgo
di me stessa resto in ascolto

mi metto a contatto col mio respiro
percorro il circolo vizioso
della disarmonia

e lo spezzo.

mi tengo un piede con l’altro
un lato del corpo con l’altro
mi sostengo da me

uscire

dai

soliti

schemi

– Io non ho paura!
– Non ce la farò mai …
– Non mi arrendo.
– Aiutami …
– Sei lontano.
– Sei già in cima …
– Sei scappato.
– Vattene!
– Ce la farò da sola …
– lasciami andare.
adesso.

ah, la bellezza del mio passo
la musicalità delle mie pause
il ritmo sincopato
di questo cuore compresso
quando sembra scoppiarmi in petto
questo respiro che si intrufola
nelle curve delle vertebre
e la forza della mia debolezza!

io mi amo.
Tanto.
tanto da potermi affidare
all’arbusto del sentiero
e aggrapparmici con fede cieca.

con queste mani posso sradicare
ogni certezza

(19 giugno 2007)

Buon compleanno, maestra

Fine maggio. Qui nelle aule fa già caldo e i bambini sono stanchi e deconcentrati come ogni volta che si sente aria di vacanze estive.
Anch’io sono stanca: fare questo lavoro e mantenere lo stesso entusiasmo dei primi anni di carriera è faticoso assai.Nina si avvicina alla cattedra con fare circospetto, accompagnata da Sara, la sua amichetta del cuore.
– Maestra … quand’è il tuo compleanno?
– Il 23 novembre … – e le sorrido, mentre le affiora sul volto un’ espressione vagamente delusa. Nina è di quelle alunne che parlano pochissimo, chissà perché mi fa questa domanda.
– … E il tuo onomastico?
– Il 12 settembre … ma perché me lo chiedi?
– No, così …
– Sono già passati, sia il compleanno che l’onomastico – le dico sorridendo.
Lei annuisce con aria delusa e ritorna al suo posto, mentre Sara le sussurra qualcosa che non capisco; la lezione riprende.Passa qualche giorno e ho di nuovo lezione di inglese nella sua classe. Nina si avvicina alla cattedra, di nuovo accompagnata da Sara.
-Questo è per te, maestra. – E mi porge un pacchetto confezionato con cura. Sembrerebbe una penna, a giudicare dalla sagoma. In cima, la carta della confezione è stata tagliata in tante striscioline, e attaccato ad una di esse c’è un bigliettino ricavato da un foglio di quaderno e decorato con piccoli disegni colorati a pennarello. C’è persino un piccolo arcobaleno, tra i decori.
-Oh … grazie … – le faccio con aria stupita. Apro il biglietto e leggo: “Happy Birthday, teacher. Nina”
– Ma … oggi non è il mio compleanno! Non te l’ho già detto che è in novembre?
– Vabbé, non importa … quando verrà il tuo compleanno io non ci sarò.
Capisco subito cosa intende dire, ma Sara mi spiega: – Il prossimo anno saremo alla scuola media, Nina pensa che non potrà farti gli auguri … Apri il pacchetto.
Non ho parole, mentre torno a guardare Nina: sono commossa.
E’ una penna. Una pilot. Di quelle a quattro colori, coi pulsantini da spingere per far venire fuori le punte. Quando ero bambina ne avevo una a dieci colori, erano le prime con inchiostri diversi dal blu, dal nero e dal rosso che circolavano a quei tempi.
– Che bella, Nina! … Grazie. Ma la scuola media è vicinissima, e quando avrai un po’ di tempo libero potrai sempre venire a salutare, non credi?
Annuisce con aria indecisa. Forse si vergognerà troppo, forse non ci sarà la sua amica Sara a farle coraggio. Le stampo due baci sulle guance che lei ricambia con trasporto.

Strano, non avrei mai detto che Nina si fosse attaccata anche a me, che vede solo tre ore a settimana. In cinque anni non ha fatto che guardarmi e ascoltarmi in silenzio. E’ una bambina molto timida, però attenta, volenterosa… brava, anche. Ma non si mette in mostra, non sgomita, non manifesta i suoi sentimenti verso i grandi. Quand’è contenta glielo leggi negli occhi, quando si annoia cerca di non darlo a vedere, come se avesse paura di essere scortese.
Adesso è contenta e si vede. E anch’io. Abbiamo passato insieme un lungo periodo che è volato via in un attimo, e in quell’attimo Nina e i suoi compagni sono cresciuti, mentre io sono invecchiata. Dal prossimo settembre dovrò affrontare piccole pesti di sei anni: ci vorrà molta energia per mettersi a contatto con le loro teste e i loro cuori. E molta memoria per ricordare subito i loro nomi.

– Maestra, mi abbottoni i pantaloni, mi allacci le scarpe?
– Gianmarco mi ha spinta, voglio la mia mamma!
– Lo sai che ti voglio bene?
– Bene, Roberto, tu adesso te ne stai lungo disteso sul pavimento e fai i capricci, ma io non ti tiro su … Quando penserai che è il momento, ti alzerai da solo e tornerai al tuo posto.

Occhi, volti, mani, sorrisi, smorfie: mi sfilano davanti generazioni di bambini, e ognuno ha un nome e una storia.

Però il passato si dissolve, mentre rimetto a fuoco il volto di Nina che mi sorride dal suo posto: la pilot multicolore che stringo in una mano è una bacchetta magica rigenerante che mi riporta nell’adesso.
Sulla scrivania è già pronto il lettore cd; mi alzo e inserisco la spina nella presa.
– Allora, ricordate la storia? Siamo i cavalieri di Camelot e canteremo la canzone per il nuovo re.
Prendo dalla mia borsa il cd, lo inserisco nel lettore.
– Posso fare il cavaliere rosso?
– D’accordo, Gianluca. E tu, Maria Paola, sarai Rowena.
– Ma dopo io voglio fare il cavaliere nero, teacher, quello cattivo!
– Sì, Gianluca … But now … Stand up, please!
Premo il pulsante “play” e dopo qualche secondo si sente la voce dello speaker comandare: “Sing the knights song!” … Poi parte una musica gioiosa.
E ho anch’io dieci anni, mentre marciamo cantando tra due file di banchi che, come me, hanno molto vissuto.

I passi che uniscono

Li conti, i passi che ti avvicinano
al trolley e al sacco da spalla
i passi che uniscono, li conti?

Peregrinando
………………su corsie arroventate

li conti, i giri del motore
i cruciverba risolti nell’attesa
le pause ad occhi chiusi
gli aerei che atterrano
le soste al bar /un tramezzino e scappi /
i cartelli che prepari la sera
i bagagli che trascini al furgone
li conti? I passeggeri che fotografi
le storie che transitano sui sedili
le mance che sconfinano
la stanchezza che accumuli, li conti?

Ecco, sono già pronti al decollo
i sandali rossi. I passi dell’amore
in arrivo, i passi che uniscono

li conti?

(poesia di luglio)

Arca gialla per occhi scugnizzi

Disegno un’arca gialla sopra un foglio bianco

(mentre tu – occhi scugnizzi- abbronzato,
a piedi scalzi mi fissi da una foto)

Nella mia arca ci metto, per primo
un asino che raglia anche di notte.
Nottambulo animale (chi l’avrebbe mai detto!)
perciò stesso simpatico. E poi ci faccio
salire a spinte la ciarliera civetta,
che fa da prima voce tutto il tempo,
nel campo, sotto la mia finestra.
Non si lamenta, no, ché non mi pare.
Invece sempre più spesso mi addormenta
con una baraonda musicale. Dunque l’ammetto.

Salgano pure il gatto e il cane, insieme.
Li voglio entrambi e spero sia un successo.
Litigarelli, è vero, e in genere lontani, tra loro.
Ma, nella notte mia, sovente i due si amano
con gioia. Questo cancella ogni dubbio.

Quindi, la tortora disegno col suo canto.
Monotono trisillabo assillante,
nell’arca dei miei sogni ci sta bene,
a far da sfondo. Diurno, ne convengo
ma non fa niente.

Dipingo infine un cielo bicolore.
Faccio la notte e il giorno, la luna
e il sole. Sotto l’arca ci metto tante onde
e le coloro di tutto l’incanto di cui sono capace.
L’ancora no, non mi piace, quella non la disegno.

Adesso tutto è pronto, se tu vuoi. E tutto inizia.
C’è un’arca gialla un poco strampalata, piena
di tutti i mondi che ho sognato – tanti davvero.
E vuole solamente navigare – e poi approdare –
magari far naufragio, dentro gli occhi tuoi.

Sinfonia della Terra

LUX in FABULA – RIONE TERRA 1968 – “Sinfonia della Terra” di Lorenzo Lamagna; “A Serenata d’ ‘o marenar” di Aniello Califano – Salvatore Gambardella, 1903; “Se po sunà” di Gianni Lamagna – Musiche eseguite da Lorenzo Lamagna (clarinetto) Gianni Lamagna (chitarra) Giosi Cincotti (fisarmonica) Arcangelo Michele Caso (basso). Riprese sonore Arcangelo Michele Caso.

La prima volta che sono ‘salita’ al Rione Terra, nei primi anni ’70 del Novecento, la rocca era già disabitata, ma ancora accessibile.  Ho attraversato i vicoli deserti insieme alle mie compagne di scuola e qualcuno, dall’alto di un balcone pieno di sterpaglie, ci ha lanciato addosso un porta-sapone di metallo, col chiaro intento di mandarci via. Eravamo un gruppo di ragazzine e siamo scappate. La seconda volta tutti gli accessi al Rione erano sbarrati, ed era il 1984. Lo so perché la vista di un muro che impediva l’accesso al Sedile di Porta, l’ingresso principale al Rione Terra, mi spinse a scrivere questi ‘versi’.

Rione Terra

Un giorno quasi per caso
percorro una strada in salita
E in cima trovo un muro
di cemento armato
una barriera insormontabile
che preclude l’accesso

(A cosa mai servivano tutti quegli uncini
quei cocci di bottiglia lassù in alto
se non a separare la mia gente
dal gusto antico delle sue radici?)

Nel muro
ben serrata
una porta di ferro

Oltre il muro tutto un mondo vuoto
ormai privo di voce
occhi neri di finestre spalancate
come spettrali bocche stupite
e balconi infestati di erbacce
orfani di danze di panni stesi

E’ in scena il silenzio spettrale
di un palcoscenico deserto
Brandelli di tende al vento
desolato sipario

(Giaceva dimenticata
chissà in quale tasca
in quale testa smemorata
una chiave)
(1984)

N.d.A.
Il Rione Terra era il cuore antico della mia Pozzuoli. Fino al marzo del 1970 pulsava di vita, poi fu evacuato e recintato, dopo una crisi di bradisismo che fece sollevare il suolo del mio paese di circa due metri. Da oltre trent’anni aspetta di essere restituito alla memoria dei Puteolani, che nel frattempo sembrano averne dimenticato l’esistenza. I lavori di restauro, iniziati da molto tempo e non ancora conclusi, hanno portato alla luce un patrimonio archeologico di valore inestimabile, sepolto da duemila anni sotto il dedalo di vicoli e di palazzi che vi sono stati costruiti sopra. Sono stati individuati e resi visibili i tracciati delle strade, i resti delle case e delle taberne, persino le macine e i forni che fornivano la farina e il pane agli abitanti della Puteoli di epoca romana. In un futuro ormai prossimo, almeno si spera, il Rione Terra sarà aperto interamente al pubblico. Già adesso, in determinati periodi dell’anno vi giungono visitatori provenienti da ogni parte del mondo e alcuni palazzi vengono utilizzati in occasione di eventi culturali quali mostre, convegni e spettacoli. E’ da escludere un rientro della popolazione nei palazzi restaurati, che diventeranno uffici del Comune, sedi di associazioni culturali, locali per mostre ed eventi culturali.
Se volete saperne di più, e magari organizzare una vacanza che includa un tour nei Campi Flegrei e una visita a Pozzuoli, potete documentarvi utilizzando un qualsiasi motore di ricerca. Scoprirete che nella mia terra vi sono vulcani, solfatare, acque termali, monumenti archeologici di eccezionale importanza come l’anfiteatro Flavio e il Tempio di Serapide, e anche la nuova Pompei della Campania, sotto il Rione Terra.

(2003)

Ad un figlio di Troia

Procida e Ischia viste dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Procida e Ischia viste dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Veduta di Capo Miseno dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Veduta di Capo Miseno dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei


La poesia è stata inserita nel catalogo della mostra di dipinti dell’artista flegreo Vincenzo Aulitto sul tema “Miseno”, ispirato al promontorio che prende il nome dal mitico trombettiere di Enea, morto, secondo la leggenda, nelle acque del golfo di Pozzuoli (episodio che Virgilio inserisce nel sesto libro dell’Eneide, vv.226).

Cristina Bove: Riflessioni di una mente appollaiata su un ramo pericolante

“Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.”

cristina bove

nebbia - by criBo

Scrittori e poeti veicolano attraverso la parola gli aspetti dell’esistenza, registrano eventi e stati emozionali, elaborandoli in maniera personale, tuttavia universalmente riconoscibili.
La cognizione della realtà è la risultanza di schemi culturali che conformano le contestualità in una distorsione rappresentativa che si sovrappone alla percezione istintuale fino a farne perdere la naturale specificità, fino a trasformarla in un complesso di informazioni esteticamente plausibili e consolatorie.
Ed ecco che tutto ciò che riporterebbe la mente a stadi primari di percezione, viene reso evanescente, fissato in un lirismo poetico o in una esposizione narrativa che in qualche modo, anche quando è descrizione di bruttura, lo rivesta del fascino intellettuale socialmente e storicamente convenzionato.
Le nozioni accumulate dalla nascita alla morte, condizionano i rapporti, li cristallizzano in schemi dai quali è difficile liberarsi: la vecchiaia, ad esempio, viene temuta, derisa, esorcizzata, quasi apparentata con la malattia e la deformità fisica e mentale.
Gli…

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Dalle rive

5.

‘senti qua …’. [un palpito
stantuffa sangue nelle vene. caldo.
e fiotta il sale di un dolore antico
lungo ignote correnti. innominate ]
e quelle colmano gli argini degli occhi
intanto che palpebre e ciglia si tendono
nell’ atroce sforzo di contenerle. cede
per un appena la voce. articolando
un ‘non importa …’.

attimi.

[l’intera vita, sai
è tutta appesa ad attimi
di angoscia, o a sprazzi
di smemorata gioia.
e dire che per caso,
per errore, o per scelta,
avrei potuto non rispondere.
l’intera vita, sai
è tutta appesa a scelte.]

quelle che poi non tracimano.
restano lì accucciate
sulle rive.

1.

cosa debba suggerirmi, questo foglio
bianco, non so. nulla, probabilmente.
perché nulla più si muove, in questo
muscolo corrotto che chiamano cuore.
nulla di nulla, niente più. si muore.

2.

in una goccia di olio di sandalo
ho intinto un polpastrello
quindi ho strusciato l’indice, lentamente
sulla pelle dei polsi. dopo ho annusato
e sì, avevo un buon profumo.

non provo che silenzio, adesso.

3.

alle tre passate, pensavo
il mondo è disteso a letto. dorme
chi si agita tra le lenzuola. dorme
chi si lamenta nel sonno. e forse russa
chi dorme. acciambellato nella cuccia
anche il cane.

4.

e poi c’è questo … non mi viene la parola …
questo lontano abbaìo che si trascina
da ore, lamentoso. e d’improvviso s’acquieta.

Scaglie di dormiveglia

Scaglie di dormiveglia
(2005)

*

Toccami, che è bisogno di mani e dita
e polpastrelli, di sentire graffiare lungo
la schiena, raspare l’unghia di un indice
contro un gomito. Tu forse non ricordi
che fa onde di brace. Io sì, nulla ho s.cor.dato
neanche un fremito. Poi forte abbracciami.
Che non può essere male bagnarsi di te
che è bisogno di pace. Imprevisto e vorace.
Poi, sulla soglia di pudori osceni, cambia
registro e lingua, per stendermi. Prendimi.
Con un guizzo di voce e idioma. Di cantilena
da intendere a stento. Così, a sorpresa.

[Che è dividere in due – moltiplicare per mille –
la stessa voglia. O è solo pena in mono
non Bi_Sogno]

**

Ecco, ora abbiamo una nuova scatoletta di spilli e
con quelli, appuntiamo sogni alla notte. Cinti d’assedio
siamo, in forbici di nuovi amori. Ed essi scintillano
come muti assilli o improvvide stelle; si scheggiano
in studiati trastulli; languidamente si smagliano poi
tracciando traiettorie interrotte su calze di naylon.

***

Elastiche sono le pareti del cuore
non ispessite dagli anni e dalle pene
giovani quanto quelle di una ragazza
– mi diceva il cardiologo, stupito.
Si contraggono, con rinnovato vigore
ad ogni battito. E sei tu, Amore, che dài
slancio al movimento convinto delle due
valvole, che giocano alla corda nel mio
petto. Saltano, come io non ho mai potuto
con le gambe. Le ho viste, sai, parevano
bambine divertite. Ridevano di gioia
ad ogni salto.

****

La differenza è nello sguardo. Qui, ha righe
sottili il lenzuolo che si commuove alla brezza
della controra. Il giallo dei cuscini gli fa eco
con un sospiro quieto. Lontano, invece, appena
si distingue la sagoma impregnata di foschia
di un’ isola vulcano. Tra qui e lontano, sta il muto
verde del pino. La differenza è nello sguardo.

*****

Chiese dove posare le labbra
ma nessuno rispose.

Così si addormentò senza sapere
come lasciar cadere
i baci che aveva acceso
tra orecchio e collo.

In sogno serrò gioie appena schiuse
in scrigni ch’erano lì per puro caso.
Senza dolore appoggiò ghirlande
a muri freschi di calce
e fissò viti a porte di muta follia.

Poi seguitò per gioco
a immaginare ponti su profondi
bracci di silenzio e mari
deserti di poesia.

Al risveglio intrecciò parole
come dita.

******

E’ nello spazio del dormiveglia che t’ incontro.

Le mie dita sono intrecciate alle tue; una mia coscia
si abbandona al tuo fianco; un braccio tuo mi cinge.
Mentre io affondo, tu hai la bocca di un’ape:
lasci segni leggeri sul collo e poi scendi
a leccarmi i seni.
Ed è lì che mi schiudi il ventre e mi prendi
con un sorriso. Il sonno arriva, poi
come una morte amica.