Qualunque

(Qualunque persona normale si terrebbe fuori da un gioco come questo. Ma tu non lo sei. Perciò, fa’ esattamente quel che devi.)

-Qualunque gioco curioso mi attira come il miele fa con l’orso. Questo, poi! Parlare di una “passione”. Non una qualunque: la mia. E farlo aggiudicandosi una delle ventisei lettere dell’alfabeto, con una corsa da insonni maniaci del web…”

(Innanzi tutto, lascia che il tempo passi, che tutti si aggiudichino le migliori. Arriva appena un attimo dopo quello giusto: quel tanto in ritardo da vederti soffiare di mano l’intero alfabeto. Poi disperati con garbo, tanto per far credere di averci provato.)

-Sono arrivato buon ultimo per caso. E ho beccato l’ultima rimasta. La Q, ovviamente, mica una lettera qualsiasi!

(Per rendere il rammarico più credibile, chiedi se è ancora libera la Q, la più dura. Dichiara che potresti scrivere di quisquilie, oppure di una “qualunque” passione. Se l’avesse già presa Carlo, contattalo e chiedigli di dividerla a metà.)

-Poco dopo mi contatta Mariella, chiedendomi di scrivere qualcosa a quattro mani. Qualcosa avevo già iniziato a scrivere, ma…la sua proposta  mi è piaciuta subito.

(Fa’ in modo che ti dica di sì, che faccia il gentiluomo. Che non sospetti neanche per un momento che la Q, per te, è solo un pretesto per…)

-In ogni caso, il pezzo già abbozzato superava abbondantemente i 2000 caratteri, era oltre il limite del gioco. Perciò, tanto valeva accettare la proposta. Qualunque argomento, Qui, Quo, Qua – Quaquaraqua – Quisquilie….tutto avrei digerito pure di scrivere qualcosa di originale: e con Mariella, sapevo che avrei potuto!

(L’hai convinto. E adesso ti tocca darti da fare, a quattro mani per giunta! Con tutte le faccende importanti che hai da sbrigare, questa era l’ultima delle occupazioni da procurarsi. Ma tu, come al solito, hai seguito la tua unica, vera passione.)

-Ecco, è andata così. E devo dire che è stato un bel gioco!

(Complicarsi l’esistenza: proprio una passione qualunque.)

*

czap & (mariella tafuto)
Gioco di scrittura a 4 mani, con la lettera Q e con limitazione di battute, pubblicato su “Apostrofo”, 2005

 

Alla parola “amore”

 La  lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, inaspettata.

Fu Moltani, la cui voce al citofono gracchiò un saluto prima di avvisare che bisognava firmare, a consegnargliela.  Fabio Cini, il destinatario, viveva da molti anni nel piccolo paese di provincia della bassa padana in cui Moltani era l’unico postino, e imprecò mentalmente prima di sollevare il ricevitore e sbadigliare un insonnolito buongiorno.

– Ehi, Giovanni, mi hai portato qualcosa di buono, almeno? Altrimenti, guarda, non faccio mica la fatica di scendere, neh?

-Mi sa che è di una donna, sig. Cini …

-Una donna? Magari!

La grafia non sembra promettere nulla di buono: lei, questa donna qui, l’ha fatta di sicuro soffrire.
-Hai sempre voglia di scherzare tu…

-Scenda, su, non mi faccia penare ancora che c’è la Rosina che mi aspetta per cena…

La Rosina era la fidanzata storica di Moltani, e tutti speravano che un giorno lui l’avrebbe finalmente sposata

-Capperi, arrivo subito!

Non si poteva lasciar freddare la cena della Rosina: nell’attesa dell’ improbabile matrimonio,  aveva ancora qualche chance se riusciva a prendere Moltani per la gola

–    Mi saluti la signora Alba, mi raccomando.

-D’accordo, arrivederci.

La lettera che Fabio Cini si ritrovò tra le mani era chiusa in una busta di carta sottile di colore verde acqua. D’istinto l’uomo l’annusò: profumava vagamente di acqua di rose. Il nome del mittente, “Sonia … ma dov’è che l’ho già sentito questo nome qui?”, e il suo, coi relativi indirizzi, erano stati scritti con inchiostro blu su etichette adesive.

 

Fu quello che lesse dopo aver aperto malamente la busta a lasciarlo completamente sconcertato.   

                “Amore mio,

se ti dicessi che non ha più alcun senso vivere, penseresti che esagero.
Domani forse avrò cambiato idea e chissà … forse  riuscirò a indossare di nuovo  la mia voce più leggera. Ma adesso, mentre ti scrivo, è  una parola spaventosa, domani.
Perché adesso – che il silenzio di questa notte in cui sono immersa è anche il tuo silenzio – sono senza maschere, senza pelle.
Sulle spalle nude ho solo il peso insopportabile di un’intera esistenza trascorsa a lottare inutilmente facendo finta di crederci, che alla notte più nera segue sempre un’alba.”


 –   Fabiooo! Fabio!

La voce piagnucolosa di sua moglie lo distolse dalla lettura.  Ficcò la lettera in tasca e ciabattò lungo il corridoio.

-Sì, arrivo …

-E’ successo di nuovo. Me la son fatta addosso … – si lamentò Alba quando Fabio la raggiunse in camera da letto.

-Ernestina sarà di ritorno a momenti; lei metterà tutto a posto.

-Non posso aspettare Ernestina, non capisci?! Non lo senti il tanfo?? Che schifo!! E’ un incubo, non può star succedendo davvero!! Dio, Dio, cosa ho fatto di male per meritarmi questo castigo??

Lui non disse niente. Le si avvicinò e le accarezzò la fronte. Era fredda, sudata.

Quando l’aveva conosciuta era bella: era  la ragazza più bella del paese. Di tutta quella bellezza, pensò,  non era rimasto che il ricordo. Adesso Alba era soltanto un corpo piagato in un letto e un carattere incupito dalla sofferenza e dalla paura.

–  Vattene! Perché è successo a me? Perché mi è successo??! Non voglio morire così … Vattene!!!

Il campanello suonò, liberandolo temporaneamente dal tormento di vederla in quello stato. Aprì la porta e tirò un sospiro di sollievo.

-Salve, Ernestina… Credo che lei sia capitata proprio al momento giusto.

-Ho dovuto accompagnare la mia Cinzia dal dentista e poi riportarla a casa, sig. Cini, ma ho fatto prima che ho potuto … Buonasera, signora Alba, vedrà che la rimetto subito in sesto! – aggiunse rivolta in direzione della camera da letto.

Il cattivo odore che impregnava l’aria della stanza annunciò alla donna che quella serata sarebbe stata più faticosa del solito. Ma era così che si guadagnava da vivere, Ernestina: pulendo il culo ai moribondi e vegliandoli dal tardo pomeriggio all’alba. Per tirar su la Cinzia, sua figlia, che era il frutto della sola gioia d’amore  che aveva provato nella vita. Del padre della piccina si erano perse le tracce quando lei era ancora incinta, perciò Ernestina si era dovuta rimboccare le maniche e mettersi a lavorare sodo. A casa Cini faceva le notti da un paio di settimane, da quando la situazione della signora Alba era precipitata e il marito aveva dovuto decidersi a cercare un aiuto e una persona per farsi dare il cambio al capezzale  almeno di notte. Ernestina veniva pagata bene e trattata con gentilezza, che erano cose da tenere in conto. Insomma, via, era un lavoro pesante e la Cinzia frignava un po’ quando la lasciava, ma a lei serviva.

-Mi lasci sola con la signora, ci penso io qui.

-Le preparo un caffè, intanto…

In cucina Fabio spalancò la finestra e respirò a pieni polmoni. Vide che le mani gli tremavano, mentre preparava la caffettiera e accendeva il fornello. Il caffè serviva a tener sveglia Ernestina e Fabio gliene preparava sempre una tazza: era ormai diventata una consuetudine e, per lui, una benefica pausa dopo una giornata di calvario. Mentre attendeva che il caffé sgorgasse, tirò fuori dalla tasca la lettera.


“Il peso di tanti ieri passati così, a cullare uno sconforto indicibile. Domani sarà presto un altro ieri da aggiungere alla collezione, temo. Mi abbraccio, piango, mi dispero, urlo. In silenzio.
Può essere terribile, il silenzio, quando parla e ti chiede ossessivamente
“cosa cazzo ci fai ancora qui!?”
Provo a reagire,  a fare l’inventario di ciò che ancora possiedo.
Non è poco, ma non serve a nulla dirselo. E
non basta a farmi desiderare che arrivi domani.”

Sonia. Il nome gli era completamente sconosciuto. Doveva esserci stato un errore, di sicuro. Eppure c’erano il suo nome e il suo indirizzo, sulla busta, non riusciva a spiegarsi il mistero …

Rilesse tutto da cima a fondo. Non aveva mai avuto a che fare con una Sonia. “Che cosa ci faccio qui?”…

Ripassò mentalmente i nomi delle donne che aveva amato. Marta, Paola, Dorina … E Alba, da quando l’ aveva conosciuta, oltre vent’anni prima …

“Che cosa ci faccio qui?”. Era stato felice, con lei. Felice, fino a … Chissà chi era, quella Sonia … “Che cosa cazzo ci faccio, ancora qui?”… Già, cosa?

Come in trance si avvicinò alla finestra e si affacciò. La luce cominciava ad ammorbidirsi, ma l’aria era ancora incredibilmente tersa.

 C’erano gerani fioriti nei vasi posti sui muretti che delimitavano il perimetro del cortile. I petali dei fiori gli ricordarono un rossetto che aveva sulle labbra Alba in una lontana domenica d’aprile. Erano al mare, una  mattina, e passeggiavano a piedi nudi sulla battigia tenendosi per mano e fermandosi spesso a baciarsi. Dio, quanto era bella quel giorno! Tra un bacio e l’altro gli appoggiava la testa sulla spalla e gli sussurrava qualcosa all’orecchio. “Che cazzo ci faccio ancora qui?” Com’era, quella specie di poesia? Ah, sì…

Acqua marina sono e tu sei il vento
Onda mi faccio se mi parli dentro

Tu soffi dolce mi respiri accanto
M’ increspi tutta,  non ti plachi mai
Ridendo poi ti riempi del mio sale
Io bianca spuma invento (e sono Amore)

Mentre ricordava la poesia si era seduto sul davanzale. Alla parola ‘amore’ si lasciò cadere. Portò con sé la lettera della sconosciuta, il borbottìo del caffè e il ricordo del sorriso di Alba in un giorno di aprile.

 

(2008)

 

 

 

 

Prologo e aborto di una biografia non autorizzata

Foto di Genny Casella
Foto di Peppe Del Rossi

“Maruzzella T nacque un 23 novembre di tanti anni fa a Largo del Rosso. E, come la maggioranza dei neonati di quell’epoca, nacque di parto naturale. Tutti i bambini nascerebbero ancora come lei, se oggi si potesse nascere di parto naturale.

Era un fatto normale, a quel tempo, nascere di notte. E tutti i giorni della settimana erano buoni, e tutte le ore della notte. Mentre oggi è naturale che i bambini nascano di lunedì mattina, verso le dieci e un quarto, quando il ginecologo che deve praticare il taglio cesareo torna in ospedale o in clinica dopo il week-end.
Maruzzella T, dunque, nacque a mezzanotte e dieci, di sabato.
Fin qui nulla di rilevante, penserete voi. In ogni caso, nulla che giustifichi la redazione di una biografia, che di solito viene scritta per autori di ben più chiara fama. In quanto sua biografa ufficiale, io però non ho alcuna esitazione nel sostenere che vi sbagliate di grosso!
Secondo il racconto della Madre, infatti, dopo la sua nascita “s’arrevutatte ‘u vóico!”, nel senso che ci fu una piccola rivolta della popolazione di Largo del Rosso, paragonabile a quella che si era verificata quasi venti secoli prima, in quel di Betlemme.
A parte la differente condizione dell’essere femmina invece che maschio, dell’essere la settima di otto figli invece che primogenito e unigenito figlio di Dio e dell’essere figlia naturale di un pescatore invece che figlio putativo di un falegname, tutto il resto era infatti terribilmente somigliante.

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Arance

È un giovedì searancera, all’inizio di dicembre, a casa di mia madre.

Nadija è rientrata da poco, perché il giovedì ha il pomeriggio libero, come in genere tutte le donne straniere che accudiscono persone anziane in Italia.

Seduta sul divano, mia madre guarda la televisione; a poca distanza da lei Nadija, mia sorella Teresa ed io siamo sedute a tavola, nell’angolo che fa da cucina. Abbiamo appena finito di mangiare la pizza al pomodoro preparata da mia sorella.  Chiacchieriamo del più e del meno, quando d’un tratto gli occhi di Nadija si illuminano, come succede sempre quando pensa a qualcosa che la rende felice.

Frutta sta! – E così esclamando si alza e corre in veranda.

Mangia, Mariela! – mi invita con tono perentorio al ritorno, deponendo sul tavolo della cucina quattro arance tonde color oro. Ha un largo sorriso stampato sulla faccia pulita mentre depone sul tavolo i frutti raccolti sull’albero che è in giardino. Maturano senza l’aiuto di antiparassitari o concimi chimici, sono completamente naturali.

Stamattina io raccolto arance! Sono buonissime! Mangia, tu piace… – spiega Nadija nel suo buffo italiano.

Le sorrido, grata del pensiero. Lei mi conosce meglio di Teresa, la mia sorella maggiore che vive altrove da oltre vent’anni e che è venuta a trovare mamma prima delle feste: dice con lo sguardo più di quanto dica con le parole. Ci guardiamo, sorridendo l’una all’altra, mentre sbucciamo le arance con le mani. Che buono, l’odore che si sprigiona in cucina! Sa di fuochi accesi, di sere affollate, di giochi… sa di Natale…

Se ci fosse mio padre tutto sarebbe perfetto. Ma se n’è andato all’inizio dell’estate, quando questi frutti erano palline verdi nascoste tre le foglie.

A lui piaceva raccogliere le arance dal “suo” albero, in inverno. Per tutta la vita aveva avuto sotto i piedi le assi di legno del gozzo e l’ondeggiare cedevole del mare, fino ai settanta era vissuto sempre lontano dalla campagna e dai suoi prodotti, ma dopo l’esodo dal centro di Pozzuoli  aveva scoperto che lentamente un fiore può trasformarsi in frutto.

Quando eravamo andati a vivere in periferia, nella casa nuova, nel vedere il microscopico giardino con quella pianta di cui non riconosceva la specie (era un arancio, ma a quel tempo nessuno di noi era abbastanza esperto per dirlo) mio padre aveva avuto un moto di disappunto, pensando a tutti gli inconvenienti che avrebbe comportato la gestione di quel piccolo pezzo di terreno. Aveva settantuno anni, quando ci eravamo trasferiti a Monterusciello. Te lo immagini un vecchio pescatore trapiantato su una collina ventosa? Io invece ero al settimo cielo per la gioia e pensavo a tutte le possibilità che il ‘giardino’ avrebbe offerto al mio pollice verde senza esperienza. Quando vivevamo a Largo del Rosso avevo già provato a coltivare piante in vaso fuori al balcone, ma senza risultati incoraggianti; ero certa che in quel giardino avrei imparato, come poi pian piano successe.

Col passare degli anni anche l’atteggiamento di mio padre era lentamente cambiato. Man mano che per lui diventava sempre più faticoso recarsi ogni mattina in centro, alla darsena dov’era ormeggiato il peschereccio dei miei fratelli, si era attaccato a quello spazio a lui alieno. Un giorno si era portato a casa le reti da rammendare e aveva scelto il giardino come angolo per lavorare. Era strano vedere un vecchio pescatore rammendare le reti in un quartiere in collina, nel verde di un luogo che mal si conciliava con un’attività come quella.

Pian piano si era affezionato alla vegetazione, che all’inizio gli dava quasi fastidio. Ricordo un dicembre in cui scrutava tra i rami e contava le arance ancora verdi, per annunciarmi poi con un sorriso trionfante: – Ce stanne quattòrdece purtüàlle!!

Prima di quell’anno la pianta non aveva mai fruttificato, forse perché troppo giovane,  e lui si era convinto che si trattasse di un arancio selvatico, dunque inutile. Ma da quel momento in poi aveva atteso ogni primavera la fioritura e poi spiato con ansia le piccole sfere verdi che si accrescevano lentamente; le aveva quasi fatte maturare con gli occhi – spazientendosi con mia madre che aveva sempre fretta e le raccoglieva quando erano ancora acerbe – in attesa di procedere solennemente alla raccolta e alla successiva distribuzione a noi figli.

Litigavamo con lui, per gioco, sulla distribuzione delle arance, accusandolo di non essere equo nel fare le parti, e persino di essere tirchio, di volerle tenere tutte per sé. Lui si arrabbiava per finta, e rideva, ma io sospettavo che un po’ gli dispiacesse davvero separarsi dalla maggior parte del raccolto. Poi il tempo era trascorso …

Alla fine di un calvario lungo due anni, disteso nel suo letto, la scorsa primavera mi aveva chiesto di chiudere le persiane della finestra che si affacciava sul giardino.

Oggi è una giornata così bella, papà – gli avevo detto sorridendo – perché non lasci che entri un po’ di luce?

Lui aveva girato la faccia verso il sole del giardino, verso la neve bianca delle zagare spruzzata sul verde intenso del fogliame.

Guarda! L’albero è tutto fiorito, quest’inverno sarà carico di arance …

Ed ero ammutolita davanti a quello spettacolo, trafitta improvvisamente dal pensiero che mio padre non sarebbe arrivato all’inverno, che il suo tempo si sarebbe fermato prima.

Si può essere molto crudeli, a volte, senza volere.

Lui aveva guardato fuori, poi aveva distolto gli occhi dalla chioma fiorita del ‘suo’ albero con un’espressione che non riesco a dimenticare. Con voce stremata mi aveva ripetuto di chiudere le persiane, ed io l’avevo accontentato senza più insistere, permettendogli di assopirsi per un po’. L’odore delle zagare era così inteso che stordiva, mi torna dentro coi ricordi mentre mastico lentamente.

Avrei voluto trattenerti fino a quest’inverno, papà, fino a questo raccolto. Avrei voluto vederti ancora felice, seduto in giardino con la palettina di plastica rossa per scacciare le mosche. Ogni tanto l’avresti allungata sulla testa di mamma fingendo di volerla battere, con la lingua stretta tra le labbra e un’espressione da duro di pasta frolla.

Avrei voluto che il tempo si fermasse, ma non è successo …

(2003)

Cosa può essere mai la Poesia?

Un ponte, ma anche l’esplosivo che i ponti fa saltare.
Un muro, una barriera, una porta sbattuta in faccia, un nodo che non si scioglie.
Un gioco, un salvagente, una mano tesa, un sorriso – la terapia contro il dolore di vivere.
Lo sguardo che ci tiene insieme – noi così diversi, così distanti, così sconosciuti gli uni gli altri, così soli.
Un suono che ci riconduce a casa, che ci fa armonia; la dissonanza in cui ci specchiamo, che ci spiazza.
Ciò che di noi rifiutiamo, da cui ci siamo allontanati o in cui ci tuffiamo per riconoscerci. Riemergendone bagnati di nuova consapevolezza.
Una via, il viaggio, una coperta sempre troppo corta e, insieme, la scoperta che immaginiamo debba salvare il mondo.
Un cataclisma, una furia devastatrice, oppure una pausa di luce tra la devastazione in atto e quella prossima a venire.
Un amore a cui siamo rimasti fedeli per l’intera vita, l’unico che sia rimasto sempre ad attenderci – anche mentre eravamo vivi, e ciechi e sordi e muti – e l’unico sempre disposto a riaccoglierci senza chiedere spiegazioni.

E quando la cerchi si fa sempre trovare. Come qui, tra le pagine di un libro:

<<“Con permesso, don Federico, un momento solo!” esclamò Vincenzino Aurispa, quasi toccando con le sue nere dita le labbra del vecchio bidello. “Vi giuro che questo trucco mi fa dannare! Spiegatemi un poco: don Giove c’era o non c’era nella nuvola?” “Era Giove l’intera nuvola! Era fumo, era vapore dalla testa ai piedi!”
” E scese raso terra? O con un forte vento sollevò Io, cioè lei, fino a lui? Come si regolarono, parliamoci francamente, per stare cuore a cuore tutti e due?
“Non si sa, è poesia.”
“Son indeciso se credervi o no, don Federico. Giove non si poteva travestire in qualche altro modo? Riusciva lo stesso nell’intento, anzi meglio, se diventava una mosca, o una pulce.”
“Non sarebbe stata poesia.”
“Caro don Federico, ma allora che imbroglio è, la poesia? Qualunque esagerazione, qualunque errore voi dite ‘poesia’ come si dice ‘indumenti’ alla dogana, e passate senza aprire la valigia?”
“Esattamente. La poesia è una fiducia completa, impossibile a descrivere. Se una poesia ti chiama ladro o becco tu rispondi: ‘Sissignore, servo vostro’ e rimani contemporaneamente disperato e felice. Intendiamoci bene, con la poesia non si ragiona; la poesia è il settebello di ogni fatto avvenuto, di ogni pensiero pensato e di ogni vivo vivente … avete capito?”
“No, ma pazienza” sospirò don Alfredo Tescione. “Si vede che la poesia è un mistero.”>>

(da:”Gli alunni del sole”*, Giuseppe Marotta, ed. BUR Rizzoli)

*Una sorta di mitologia greca rivisitata con spirito tipicamente napoletano e raccontata a puntate da un ex bidello ai ‘pezzenti’ suoi amici, tutti accomunati dalla curiosità di conoscere amori, imbrogli, tradimenti e battaglie degli antichi dèi, nei quali rivivono le proprie umane vicende. Napoli che diventa regno della fantasia e del ‘favoloso’, descritta in pagine memorabili. Vi consiglio di leggerlo.

Troppo rumore per nulla

Eccomi qua, rinchiusa come al solito in un box puzzolente. Dicono che sono un gioiello della meccanica, che valgo molto, che sono stata costruita per correre, per vincere.
Quel tipo strano che mi guarda compassionevole mi fa tenerezza. E’ il mio meccanico e non mi perde di vista un secondo. Ogni tanto mi si avvicina, finge di ispezionarmi con aria professionale e intanto mi parla con tono carezzevole, come un innamorato.
“Ehi, svitata! Te la do io una regolata ai bulloni, se non metti la testata a posto da sola!”, ridacchia affettuoso.

Da quel che capisco il mio destino è segnato. Il pilota giusto l’altro ieri gli ha detto che non conviene perdere altro tempo con me, e che è stufo marcio delle mie bizze. Il mio meccanico teme che i padroni della baracca decidano di rottamarmi, “benché sia un vero peccato”, a suo dire. Mah …
Non capisco perché mi chiami svitata. So soltanto che non ho intenzione di passare il resto della mia vita rinchiusa in questo angusto garage, insieme a mostri rombanti che non hanno altra prospettiva che quella di essere chiamati a girare in tondo lungo un anello di asfalto, giocando a fare a chi è più bolide.
Sgommano, sfrecciano, fanno un casino del diavolo: mi si ingrippano i pistoni solo a pensarci!
Che ci faccio io tra loro? Boh! E poi… che senso ha correre lungo una pista che non ha vie di uscita? Che significa tutto questo correre? E dove porta?
Quello che so è che sulla pista dove anch’io dovrei sfrecciare è tracciata una linea su cui è scritto TRAGUARDO. Ci passi tante volte sopra e non succede nulla. Credo ci sia qualcuno che conta le volte che sei passata su quella linea, ma non so spiegarmi perché. Ad un certo punto, il primo mostro rombante che passa sul traguardo “vince”. Ma vincono anche il secondo e il terzo, sia pure con meno clamore. Hanno disputato una gara di velocità. Il primo vince da primo, il secondo da secondo e il terzo … vabbè, vince da terzo, contento lui. E cosa si vince? Una coppa grande, una di media grandezza, una piccola, e fin qui mi è chiaro. Ci dev’essere anche un po’ di denaro tra i premi, ma non si vede. Invece si vede sempre una bottiglia di champagne da spruzzarsi addosso.
I piloti impazziscono di gioia se ricevono la coppa più grande. Perché? Mica lo so … Sul podio agitando le coppe festeggiano insieme al primo pure il secondo e il terzo, mentre si fanno reciprocamente la doccia con lo champagne e si mettono in posa per le foto. Roba da matti, no? Invece secondo il mio meccanico la svitata sarei io …
Mi dispiace per il mio pilota. E’ sempre molto incazzato con me. Sostiene che non rispondo ai comandi. Sarà così, ma … perché dovrei? Mi farebbe girare in tondo per ore ed ore. Non sarebbe giusto, io non voglio!
Appena il custode si distrae me la svigno. Mi dispiace pure per lui. Avrà delle rogne ma non posso fare diversamente. Me ne vado in giro per i fatti miei. Lentamente. Scelgo le strade meno frequentate, i posti più sperduti. Scelgo di andare piano. Voglio conoscere il mondo là fuori. Voglio incontrare le auto che non hanno fretta, quelle che non fanno gare di velocità. Voglio tenere i giri al minimo, per non disturbare i piccioni che tubano tranquilli. Sono già riuscita a liberarmi. L’ho già fatto, ma mi hanno sempre riportata qui.
Perché mi notano tutti, rossa come sono! Dicono che sono una Ferrari e mi guardano come un miracolo. Cacchio, sarebbe stato meglio essere una Cinquecento!
Ci riproverò: non mi rassegno a questa vita infame. Ci riproverò e ce la farò, stavolta. Anche conciata così, con questa carrozzeria che mi penalizza e questo motore che non vuole saperne di andare piano. E che fa troppo rumore per nulla.

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà

Agosto in spiaggia, e passa Mustafà.  Che è solo un po’ più grande di mio figlio. Diciassette anni appena e qui non ha nessuno. Che chissà da dove viene, chissà com’è arrivato. Che ha i denti macchiati – guardalo bene mentre parla – che non ha l’apparecchio. Che ha già la pelle vizza di un vecchio, Mustafà. Che ha sete e chiede da bere.  Che ha tutto questo camminare sulla spiaggia, nelle gambe, tutto questo procedere senza filtro, senza protezione, col suo carico di stracci legato sulla schiena.

Il nodo, vedi, non riesce a scioglierlo: mi chiede l’accendino per bruciare la corda e liberarsi della soma.

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco, prelevata dall’album “Venditori di sabbia”

Mustafà che è venuto in Italia da solo. Che a Ponticelli ha trovato un posto da apprendista carrozziere. Che proverà da settembre a cambiar vita, purché la fortuna lo aiuti.

Che mi chiede di fargli scudo con le mani, perché il vento continua a spegnere la fiamma che dovrebbe spezzare lo spago.

Che ha una brutta cicatrice sulla fronte e non saprò mai cosa gli è successo. Che non riesco a far andar via.

Penso  a sua madre, mentre si riposa all’ombra:  sono sua madre anch’io.

Mustafà – potrei chiedergli di venire a casa … – figlio dell’Africa che ho pudore di abbracciare.

Che mi fissa con occhi d’ambra e mi dice di sé, e pare aspettare. Mentre sa già che lo aspetta Ponticelli, e se va bene un posto letto in periferia.

– Prendi il vestito arancione, signora: è il più bello …

Foto di Dario Di Franco
Foto di Dario Di Franco

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Foto di Dario Di Franco,  dall’album  “Venditori di sabbia”

Alieni

E’ un venerdì di aprile del 2013, una sera finalmente tiepida dopo settimane di pioggia e freddo.

Sto  affacciata alla ringhiera di un terrazzino che guarda su Largo Emporio.

Un tempo doveva essere il balcone di una casa;  adesso dà luce ad una delle salette al primo piano di un ristorantino in cui sono stata invitata a festeggiare le nozze d’argento di una coppia di amici: un localino che propone una cucina basata su piatti di pesce a basso costo e che pratica tariffe adatte alle tasche di un’impoverita classe media e a palati poco schizzinosi.

Questo è solo uno dei tanti ristorantini del centro, che si susseguono nei vicoli della Pozzuoli vecchia occupando quelli che furono bassi, botteghe, malazè, quartini di pescatori,  artigiani e piccoli commercianti che un tempo vivevano in questi luoghi.

Largo Emporio, a quei tempi, era lo spazio all’aperto adibito a mercato del pesce del Comune di Pozzuoli.

Di mattina era uno spettacolo di vita, di suoni e di colore fatto di ombrelloni,  di tinozze di legno tinto di bianco e azzurro,di spruzzi e secchiate di acqua di mare del porto;    un concerto di voci sgraziate, di trattative rituali, di grida, di inviti, di richiami di venditori: “ ‘Alóice! Accattàteve ‘alóice!! ’I bbotte ‘nciélo, ‘i  sbatte ’ntèrra e songhe sèmpe scintillante!”

Dopo il mercato,  specie d’estate, dal selciato si sprigionava un fetore nauseabondo: un misto di legno fradicio e nafta, di pesce fetente, di salmastro, di ruggine e di urina che evaporava in miasmi insopportabili, quando il sole picchiava sui basoli  e sullo spiazzo lasciato deserto.

In questa parte del paese,  tra i vicoli affacciati su Largo Emporio e il Canalone, ci abitavano tre delle mie compagne dell’Istituto Magistrale, nelle cui case ho trascorso interi pomeriggi durante gli anni dell’adolescenza a partire dai primi anni Settanta, nel periodo immediatamente successivo alla prima crisi bradisismica,culminata con lo sgombero del Rione Terra e lo spopolamento –  quella volta solo temporaneo –  dell’intera città bassa.

Al rientro da Qualiano, dopo alcuni mesi di allontanamento dal paese e da Largo del Rosso, avevo circa dodici anni. Con la riapertura delle scuole  cominciai a riprendere confidenza col “mondo”oltre Largo del Rosso e la contrada di “Rint’â Torre”,  in cui la mia famiglia era radicata ed in cui poi ho abitato fino al 4 settembre del 1983, il giorno della prima forte scossa di terremoto dovuta alla seconda  crisi bradisismica,  che trasformò per anni tutta la Pozzuoli bassa in una città fantasma.

Lina,  Rosaria, Margherita.

Delle mie tre compagne di scuola di un tempo, soltanto Rosaria abita ancora nel centro storico: “Rint’ â Torre”, vicino alla chiesa di San Marco.

Lina si è trasferita da Largo Emporio a Bacoli;  Margherita da Vico Caldaie al Rione Solfatara.

Io abitavo a  Largo del Rosso, vicino al Tempio di Serapide. Nel tempo di prima attraversavo Via Roma e andavo a fare il bagno alla spiaggia della Sirena.  Da lì sono finita a Monterusciello.

Nella stradina che si è creata tra la fila di palazzi e quella dei gazebo allineati di fronte al parcheggio, vedo transitare i ragazzi che agiteranno la movida notturna tracannando cicchetti serviti al modico prezzo di un euro, e i clienti che invece possono permettersi una cenetta a base di piatti di pesce e che hanno già prenotato un tavolo da “Bobò” o dal “Tarantino”.

Pochi, in questo tempo di crisi.

Il terrazzino a cui sono affacciata sta proprio sopra uno dei  ristoranti che ancora si ostinano a fare cucina di qualità e preparano piatti  col pescato selvatico procurato dalle barche superstiti di quella che fu la marineria di pesca puteolana.  Che pagano cara  la materia prima e che poi praticano prezzi alti per buone ragioni. Ma che forse proprio per questo sono destinati a soccombere ai take away e ai fast&cheap food.

 

Mentre sono affacciata vedo arrivare, dall’ ingresso della stradina che dà sul mare,  uno che riconosco, uno di Abbasci’ û Mare.  Magro, coi capelli sale e pepe, da tutti chiamato Ciacione.

E’ amico di mio cognato e conosce bene i miei fratelli, ma di lui so nulla o quasi, a parte il nome, o meglio, ‘u contranomme che ha sostituito il suo nome anagrafico.

Avanza guardingo nella stradina, tenendo sotto braccio un cassettino di pesci appena pescati tra cui spiccano  grossi cocci e scorfani  ancora vivi.  

Si ferma proprio sotto al terrazzino su cui sono io, e contratta sottovoce  col ristoratore per  venderglieli.  Alla fine glieli lascia, e l’uomo li sistema su un letto di ghiaccio dove i pesci cominciano a contorcersi.

Mentre Ciacione si allontana, mi pare che alla sua sagoma snella si sovrapponga quella di mio padre, coi suoi stivali di gomma verdognola in cui erano infilati i pantaloni di tela,  ‘u curpèttö di cotone pesante a maniche lunghe e il basco di feltro blu sulla testa mezza pelata.

Cammina tranquillo tra la folla del venerdì sera, pare invisibile tanto è ignorato dagli altri passanti, poi svanisce nel buio senza lasciare traccia di sé, quasi fosse un alieno capitato per sbaglio in un mondo lontano anni luce dal suo pianeta di origine.  Alieno,  come Ciacione.

Un tempo questo era il ‘loro’ quartiere, abitato da gente semplice come loro, che parlava la loro stessa lingua,  che conosceva ogni angolo di questo mare e che sapeva indicarne i posti usando gli stessi toponimi. Che se un altro pescatore, sciogliangiarre e solitario che fosse o tartarunàro  e di compagnia come quelli delle lamparelle,  gli avesse detto che aveva pescato  ’Rint’a Badessa, o ‘Ncopp’ ’i Mmèrle, o A luànte î tubbe,  ‘Nt’’u vasciéllo, o ‘Nt’ a Chiaia ’i Cumma,  loro sapevano esattamente dov’era quel posto, e gli altri pure, ma  nessuno che non fosse un pescatore avrebbe capito di che stavano parlando.

Ciacione. Potrebbe essere la storpiatura del suo vero nome,  o di chissà quale epiteto affettuoso con cui  lo si chiamava da bambino.  O forse, da adulto, gliel’avranno affibbiato  i compagni di pesca, come era accaduto a mio padre.  Da “Vincenzo”, che in puteolano  era Viciénzo, era poi diventato in bocca a sua madre e a sua moglie soltanto Scarrupiéllo  (“Scarrupié!”),  e in bocca agli altri pescatori soltanto Caparagliéllo,  in quanto figlio di Capa r’aglio, mio nonno.

Quale sia il vero nome di Ciacione lo ignoro. Il suo contranomme  ha però il suono dell’acqua agitata con le mani, il suono che fa il corpo di qualcuno che nell’ acqua ci è nato e che per questo ci sguazza: uno ca se ciacéjia, per l’appunto.

Mentre lo guardo allontanarsi e svanire,  mi punge in gola a sorpresa un doloroso pensiero: “E’ diventato uno straniero in casa sua senza nemmeno accorgersene …”.

E’ il  sopravvissuto di un mondo scomparso.  Come lo siamo noi,  esuli a Monterusciello o al Rione Toiano.  Come forse lo erano già mio padre e i suoi compagni di pesca a loro insaputa fin dal tempo di prima. Prima dell’esodo.

Prima che Pozzuoli fosse sventrata.  Prima che fosse esposta al mondo come un coccio o uno scorfano dai colori smaglianti del pesce appena pescato, con l’occhio che pare vivo, come quelli rimasti a fare bella mostra di sé, irrimediabilmente morti,  sul letto di ghiaccio del banchetto di Bobò.

Buon compleanno, maestra

Fine maggio. Qui nelle aule fa già caldo e i bambini sono stanchi e deconcentrati come ogni volta che si sente aria di vacanze estive.
Anch’io sono stanca: fare questo lavoro e mantenere lo stesso entusiasmo dei primi anni di carriera è faticoso assai.Nina si avvicina alla cattedra con fare circospetto, accompagnata da Sara, la sua amichetta del cuore.
– Maestra … quand’è il tuo compleanno?
– Il 23 novembre … – e le sorrido, mentre le affiora sul volto un’ espressione vagamente delusa. Nina è di quelle alunne che parlano pochissimo, chissà perché mi fa questa domanda.
– … E il tuo onomastico?
– Il 12 settembre … ma perché me lo chiedi?
– No, così …
– Sono già passati, sia il compleanno che l’onomastico – le dico sorridendo.
Lei annuisce con aria delusa e ritorna al suo posto, mentre Sara le sussurra qualcosa che non capisco; la lezione riprende.Passa qualche giorno e ho di nuovo lezione di inglese nella sua classe. Nina si avvicina alla cattedra, di nuovo accompagnata da Sara.
-Questo è per te, maestra. – E mi porge un pacchetto confezionato con cura. Sembrerebbe una penna, a giudicare dalla sagoma. In cima, la carta della confezione è stata tagliata in tante striscioline, e attaccato ad una di esse c’è un bigliettino ricavato da un foglio di quaderno e decorato con piccoli disegni colorati a pennarello. C’è persino un piccolo arcobaleno, tra i decori.
-Oh … grazie … – le faccio con aria stupita. Apro il biglietto e leggo: “Happy Birthday, teacher. Nina”
– Ma … oggi non è il mio compleanno! Non te l’ho già detto che è in novembre?
– Vabbé, non importa … quando verrà il tuo compleanno io non ci sarò.
Capisco subito cosa intende dire, ma Sara mi spiega: – Il prossimo anno saremo alla scuola media, Nina pensa che non potrà farti gli auguri … Apri il pacchetto.
Non ho parole, mentre torno a guardare Nina: sono commossa.
E’ una penna. Una pilot. Di quelle a quattro colori, coi pulsantini da spingere per far venire fuori le punte. Quando ero bambina ne avevo una a dieci colori, erano le prime con inchiostri diversi dal blu, dal nero e dal rosso che circolavano a quei tempi.
– Che bella, Nina! … Grazie. Ma la scuola media è vicinissima, e quando avrai un po’ di tempo libero potrai sempre venire a salutare, non credi?
Annuisce con aria indecisa. Forse si vergognerà troppo, forse non ci sarà la sua amica Sara a farle coraggio. Le stampo due baci sulle guance che lei ricambia con trasporto.

Strano, non avrei mai detto che Nina si fosse attaccata anche a me, che vede solo tre ore a settimana. In cinque anni non ha fatto che guardarmi e ascoltarmi in silenzio. E’ una bambina molto timida, però attenta, volenterosa… brava, anche. Ma non si mette in mostra, non sgomita, non manifesta i suoi sentimenti verso i grandi. Quand’è contenta glielo leggi negli occhi, quando si annoia cerca di non darlo a vedere, come se avesse paura di essere scortese.
Adesso è contenta e si vede. E anch’io. Abbiamo passato insieme un lungo periodo che è volato via in un attimo, e in quell’attimo Nina e i suoi compagni sono cresciuti, mentre io sono invecchiata. Dal prossimo settembre dovrò affrontare piccole pesti di sei anni: ci vorrà molta energia per mettersi a contatto con le loro teste e i loro cuori. E molta memoria per ricordare subito i loro nomi.

– Maestra, mi abbottoni i pantaloni, mi allacci le scarpe?
– Gianmarco mi ha spinta, voglio la mia mamma!
– Lo sai che ti voglio bene?
– Bene, Roberto, tu adesso te ne stai lungo disteso sul pavimento e fai i capricci, ma io non ti tiro su … Quando penserai che è il momento, ti alzerai da solo e tornerai al tuo posto.

Occhi, volti, mani, sorrisi, smorfie: mi sfilano davanti generazioni di bambini, e ognuno ha un nome e una storia.

Però il passato si dissolve, mentre rimetto a fuoco il volto di Nina che mi sorride dal suo posto: la pilot multicolore che stringo in una mano è una bacchetta magica rigenerante che mi riporta nell’adesso.
Sulla scrivania è già pronto il lettore cd; mi alzo e inserisco la spina nella presa.
– Allora, ricordate la storia? Siamo i cavalieri di Camelot e canteremo la canzone per il nuovo re.
Prendo dalla mia borsa il cd, lo inserisco nel lettore.
– Posso fare il cavaliere rosso?
– D’accordo, Gianluca. E tu, Maria Paola, sarai Rowena.
– Ma dopo io voglio fare il cavaliere nero, teacher, quello cattivo!
– Sì, Gianluca … But now … Stand up, please!
Premo il pulsante “play” e dopo qualche secondo si sente la voce dello speaker comandare: “Sing the knights song!” … Poi parte una musica gioiosa.
E ho anch’io dieci anni, mentre marciamo cantando tra due file di banchi che, come me, hanno molto vissuto.

Terre&Moti del cuore

Nel trentennale del 4 ottobre 1983, data in cui vi fu la scossa che provocò l’evacuazione dell’intero centro storico di Pozzuoli e lo spostamento a Monterusciello di gran parte della popolazione che vi risiedeva, a cura dell’Associazione “Terra Meridiana”, esce il libro intitolato “Terre & Moti del cuore” (Il racconto del ricordo)  ed. Valtrend

Terre & Moti del cuore

Il libro di racconti e testi poetici scaturiti da interviste concesse a scrittrici e scrittori flegrei da trentadue testimoni, puteolani e non, dei due Bradisismi che interessarono la città nel 1970 e nel 1983.

Questi testimoni, a distanza di trent’anni dall’ultima crisi bradisismica, culminata con la scossa del 4 ottobre 1983 – a seguito della quale tutta la zona costiera della città vecchia (la Pozzuoli bassa, abitata essenzialmente da pescatori, proletari, artigiani e piccoli commercianti) fu sgomberata – rivivono e raccontano i momenti più drammatici di due esodi che da molti abitanti del Rione Terra (marzo 1970), e del resto del centro storico tredici anni dopo,  fu vissuto come una vera e propria deportazione.

Gli oltre 3.000 sgomberati dal Rione Terra nel marzo del 1970 furono trasferiti, dopo alcuni anni trascorsi da ‘terremotati’ nei vari Comuni dell’hinterland  napoletano e casertano, in Contrada Toiano, ex zona agricola in cui fu costruito un mega-quartiere dormitorio destinato ad accoglierli.

Gli oltre 30.000 sgomberati della ‘zona A’ – la fascia costiera occupata dalla città bassa, che dagli esperti fu ritenuta quella a massimo rischio sismico nel 1983 –  anch’essi dispersi tra campeggi, case di villeggiatura della fascia domizia, alberghi e baraccopoli di case-container,  furono invece trasferiti dopo alcuni anni a Monterusciello, altra zona agricola collinare del territorio puteolano coltivata soprattutto a frutteto.