Alla parola “amore”

 La  lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio, inaspettata.

Fu Moltani, la cui voce al citofono gracchiò un saluto prima di avvisare che bisognava firmare, a consegnargliela.  Fabio Cini, il destinatario, viveva da molti anni nel piccolo paese di provincia della bassa padana in cui Moltani era l’unico postino, e imprecò mentalmente prima di sollevare il ricevitore e sbadigliare un insonnolito buongiorno.

– Ehi, Giovanni, mi hai portato qualcosa di buono, almeno? Altrimenti, guarda, non faccio mica la fatica di scendere, neh?

-Mi sa che è di una donna, sig. Cini …

-Una donna? Magari!

La grafia non sembra promettere nulla di buono: lei, questa donna qui, l’ha fatta di sicuro soffrire.
-Hai sempre voglia di scherzare tu…

-Scenda, su, non mi faccia penare ancora che c’è la Rosina che mi aspetta per cena…

La Rosina era la fidanzata storica di Moltani, e tutti speravano che un giorno lui l’avrebbe finalmente sposata

-Capperi, arrivo subito!

Non si poteva lasciar freddare la cena della Rosina: nell’attesa dell’ improbabile matrimonio,  aveva ancora qualche chance se riusciva a prendere Moltani per la gola

–    Mi saluti la signora Alba, mi raccomando.

-D’accordo, arrivederci.

La lettera che Fabio Cini si ritrovò tra le mani era chiusa in una busta di carta sottile di colore verde acqua. D’istinto l’uomo l’annusò: profumava vagamente di acqua di rose. Il nome del mittente, “Sonia … ma dov’è che l’ho già sentito questo nome qui?”, e il suo, coi relativi indirizzi, erano stati scritti con inchiostro blu su etichette adesive.

 

Fu quello che lesse dopo aver aperto malamente la busta a lasciarlo completamente sconcertato.   

                “Amore mio,

se ti dicessi che non ha più alcun senso vivere, penseresti che esagero.
Domani forse avrò cambiato idea e chissà … forse  riuscirò a indossare di nuovo  la mia voce più leggera. Ma adesso, mentre ti scrivo, è  una parola spaventosa, domani.
Perché adesso – che il silenzio di questa notte in cui sono immersa è anche il tuo silenzio – sono senza maschere, senza pelle.
Sulle spalle nude ho solo il peso insopportabile di un’intera esistenza trascorsa a lottare inutilmente facendo finta di crederci, che alla notte più nera segue sempre un’alba.”


 –   Fabiooo! Fabio!

La voce piagnucolosa di sua moglie lo distolse dalla lettura.  Ficcò la lettera in tasca e ciabattò lungo il corridoio.

-Sì, arrivo …

-E’ successo di nuovo. Me la son fatta addosso … – si lamentò Alba quando Fabio la raggiunse in camera da letto.

-Ernestina sarà di ritorno a momenti; lei metterà tutto a posto.

-Non posso aspettare Ernestina, non capisci?! Non lo senti il tanfo?? Che schifo!! E’ un incubo, non può star succedendo davvero!! Dio, Dio, cosa ho fatto di male per meritarmi questo castigo??

Lui non disse niente. Le si avvicinò e le accarezzò la fronte. Era fredda, sudata.

Quando l’aveva conosciuta era bella: era  la ragazza più bella del paese. Di tutta quella bellezza, pensò,  non era rimasto che il ricordo. Adesso Alba era soltanto un corpo piagato in un letto e un carattere incupito dalla sofferenza e dalla paura.

–  Vattene! Perché è successo a me? Perché mi è successo??! Non voglio morire così … Vattene!!!

Il campanello suonò, liberandolo temporaneamente dal tormento di vederla in quello stato. Aprì la porta e tirò un sospiro di sollievo.

-Salve, Ernestina… Credo che lei sia capitata proprio al momento giusto.

-Ho dovuto accompagnare la mia Cinzia dal dentista e poi riportarla a casa, sig. Cini, ma ho fatto prima che ho potuto … Buonasera, signora Alba, vedrà che la rimetto subito in sesto! – aggiunse rivolta in direzione della camera da letto.

Il cattivo odore che impregnava l’aria della stanza annunciò alla donna che quella serata sarebbe stata più faticosa del solito. Ma era così che si guadagnava da vivere, Ernestina: pulendo il culo ai moribondi e vegliandoli dal tardo pomeriggio all’alba. Per tirar su la Cinzia, sua figlia, che era il frutto della sola gioia d’amore  che aveva provato nella vita. Del padre della piccina si erano perse le tracce quando lei era ancora incinta, perciò Ernestina si era dovuta rimboccare le maniche e mettersi a lavorare sodo. A casa Cini faceva le notti da un paio di settimane, da quando la situazione della signora Alba era precipitata e il marito aveva dovuto decidersi a cercare un aiuto e una persona per farsi dare il cambio al capezzale  almeno di notte. Ernestina veniva pagata bene e trattata con gentilezza, che erano cose da tenere in conto. Insomma, via, era un lavoro pesante e la Cinzia frignava un po’ quando la lasciava, ma a lei serviva.

-Mi lasci sola con la signora, ci penso io qui.

-Le preparo un caffè, intanto…

In cucina Fabio spalancò la finestra e respirò a pieni polmoni. Vide che le mani gli tremavano, mentre preparava la caffettiera e accendeva il fornello. Il caffè serviva a tener sveglia Ernestina e Fabio gliene preparava sempre una tazza: era ormai diventata una consuetudine e, per lui, una benefica pausa dopo una giornata di calvario. Mentre attendeva che il caffé sgorgasse, tirò fuori dalla tasca la lettera.


“Il peso di tanti ieri passati così, a cullare uno sconforto indicibile. Domani sarà presto un altro ieri da aggiungere alla collezione, temo. Mi abbraccio, piango, mi dispero, urlo. In silenzio.
Può essere terribile, il silenzio, quando parla e ti chiede ossessivamente
“cosa cazzo ci fai ancora qui!?”
Provo a reagire,  a fare l’inventario di ciò che ancora possiedo.
Non è poco, ma non serve a nulla dirselo. E
non basta a farmi desiderare che arrivi domani.”

Sonia. Il nome gli era completamente sconosciuto. Doveva esserci stato un errore, di sicuro. Eppure c’erano il suo nome e il suo indirizzo, sulla busta, non riusciva a spiegarsi il mistero …

Rilesse tutto da cima a fondo. Non aveva mai avuto a che fare con una Sonia. “Che cosa ci faccio qui?”…

Ripassò mentalmente i nomi delle donne che aveva amato. Marta, Paola, Dorina … E Alba, da quando l’ aveva conosciuta, oltre vent’anni prima …

“Che cosa ci faccio qui?”. Era stato felice, con lei. Felice, fino a … Chissà chi era, quella Sonia … “Che cosa cazzo ci faccio, ancora qui?”… Già, cosa?

Come in trance si avvicinò alla finestra e si affacciò. La luce cominciava ad ammorbidirsi, ma l’aria era ancora incredibilmente tersa.

 C’erano gerani fioriti nei vasi posti sui muretti che delimitavano il perimetro del cortile. I petali dei fiori gli ricordarono un rossetto che aveva sulle labbra Alba in una lontana domenica d’aprile. Erano al mare, una  mattina, e passeggiavano a piedi nudi sulla battigia tenendosi per mano e fermandosi spesso a baciarsi. Dio, quanto era bella quel giorno! Tra un bacio e l’altro gli appoggiava la testa sulla spalla e gli sussurrava qualcosa all’orecchio. “Che cazzo ci faccio ancora qui?” Com’era, quella specie di poesia? Ah, sì…

Acqua marina sono e tu sei il vento
Onda mi faccio se mi parli dentro

Tu soffi dolce mi respiri accanto
M’ increspi tutta,  non ti plachi mai
Ridendo poi ti riempi del mio sale
Io bianca spuma invento (e sono Amore)

Mentre ricordava la poesia si era seduto sul davanzale. Alla parola ‘amore’ si lasciò cadere. Portò con sé la lettera della sconosciuta, il borbottìo del caffè e il ricordo del sorriso di Alba in un giorno di aprile.

 

(2008)

 

 

 

 

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