9. La Storia è fatta di cunti più grandi

Nella scuola elementare Maruzzella incontrò le storie che sapeva la maestra Anna Palazzina e quelle che erano chiuse nei libri di lettura e nei sussidiari.
Alla maestra non c’era bisogno di spiare nulla, che quella veniva pagata per insegnare tutto ai bambini, e a scuola ci andava per fare soltanto questo.
La Palazzina, pensava Maruzzella, aveva il dovere di cuntare e spiegare ogni cosa.In brevissimo tempo, grazie all’arte e all’amore di quella vecchia maestra, imparò a leggere e a scrivere; ed erano due abilità prodigiose che le vecchie Sarachèlle non tenevano e che Luisa, sua madre, aveva quasi del tutto dimenticato. Alla creatura pareva già un miracolo avere imparato a leggere. Le parole non erano più soltanto dette e ascoltate: si facevano vedere e stavano là sulle pagine, stampate per sempre. Che se lei era stanca e la sera si addormentava sui compiti da fare, il giorno dopo le ritrovava uguali a come erano il giorno prima!

Le storie scritte nei libri nuovi avevano un odore buono, di colla e inchiostro ancora fresco; le pagine facevano un bel fruscio contento, quando le sfogliava stando attenta a non lasciare orecchie negli angoli; le illustrazioni, che aggiungevano colore alle pagine stampate, mostravano posti che lei non aveva mai visto e rendevano reali personaggi e situazioni che mai sarebbe riuscita ad immaginare da sola. Un po’ come i ritratti dei morti, che a fissarli se li sognava la notte, da tanto che l’avevano impressionata.

Le pareva che le parole scritte nei libri potevano aprire le porte del mondo intero, e leggere diventò un’alternativa allo spiare sistematico che metteva in croce gli adulti sempre indaffarati da cui era circondata nel vicolo.
Fu a quel tempo che si innamorò della Storia.

*

Il mondo era pieno di cunti, e ogni persona ne poteva conoscere migliaia e migliaia. Ma la Storia era fatta di Cunti più grandi, che non parlavano della fatica di zi’ Assunta con la cacata settimanale, o della morte di un guaglione che di mestiere faceva il pescatore e che poi era partito soldato. La Storia non se ne importava del dolore di Sarachiéllo per avere perduto l’unico maschio o delle disgrazie e delle priézze di parenti e vicine di casa: teneva cose più importanti da cuntare.

Fu la Storia a spiegare a Maruzzella perché Vicienzo era morto sulle montagne, e perché proprio là, lontano dal mare; e a cuntarle perché vengono le guerre e perché sono morti e muoiono tanti Vicienzi di ogni parte del mondo, che parlano tutti che non si capiscono tra loro, e vengono da vicoli, città e deserti, dai monti e dal mare.

La Storia non ti dice dei contranomi che non hanno fatto in tempo a procurarsi con una vita lunga, o della loro paura di morire, pensava Maruzzella. Dice soltanto di battaglie e vittorie, di sconfitte, morti ammazzati e mutilati, della miseria che viene dopo ogni guerra e delle cose belle e buone che si fanno in tempo di pace.
E, a furia di cuntare e spiegare, ti insegna a schifare la parola guerra. Infatti, grazie alle spiegazioni della Storia e a quelle della Palazzina, la guerra si stampò nel cuore di Maruzzella come su una lastra di marmo.

E vi rimase scolpita come il nome di Vicienzo: ma però brutta, come una mala parola.

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