A ogni giorno la sua morte

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Dov’è il mondo intorno a me? Dov’è ora il ruggito della guerra? I rantoli delle vittime non penetrano il silenzio ovattato che mi avvolge.

Io posso solo sapere di questa porzione di mondo che gli occhi bevono ogni giorno. Il cielo è ancora chiaro, ma l’incendio del sole al tramonto è già lì, disteso sulla sagoma cupa dell’Epomeo.

E posso solo dirti di quel pino solitario che svetta sui campi che mi separano dalla distesa d’acciaio del mare. Dello spettacolo trionfale di sfilacciate nubi illuminate dagli ultimi bagliori, eppure già rassegnate a confondersi nell’oscurità che tutto avvolge, di sera.

Si spegneranno tutti i colori, come ogni volta che viene la notte. Ma, prima, tutto virerà nel viola, e quelle nubi dovranno addensarsi come colate di cenere.
E già si alza il vento, e gli spifferi sanno d’inverno e di gelo.

Se fossi qui potresti vedere la sedia nell’angolo del terrazzo, i cuscini gialli disposti a ventaglio a far da cuccia al cane. Saresti sorpreso per l’erba che cresce nella ciotola di terracotta, tripudio di vita nonostante il lungo abbandono. Forse diresti che è il suo giusto prezzo.

Ti accorgeresti dello sfrecciare rapido dei passeri che si affrettano a tornare ai nidi? E mi ordineresti con un sussurro prepotente fra l’orecchio e il collo di alzarmi e seguirti altrove?

Annega nel sangue questo giorno di gennaio. E non riesco a raccontarti altro che la sua splendida morte.

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Gli scugnizzi di Largo del Rosso

Foto di Vincenzo Conte o Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni sessanta.
Foto di Vincenzo Conte o di Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni ’60.

Zufenella, diminutivo e storpiatura di Sofia, era la donna anziana che in questa foto è ritratta con la nipotina in braccio. Per  me resta la donna che ogni anno, nell’ultimo martedì prima del periodo di Quaresima, organizzava uno spassoso funerale, con gran divertimento mio e dei bambini del vicolo. Dopo aver costruito un fantoccio riempiendo di trucioli di legno la tuta di lavoro di qualche operaio o artigiano, lo adagiava supino su una carretta e lo portava in corteo per tutto il quartiere gridando a gran voce: “E’ muorto Carnevale!”, seguita da un codazzo di scugnizzi schiamazzanti. Al termine della processione adagiava il fantoccio sui basoli e gli dava fuoco, mentre tutti i partecipanti al funerale, disposti in cerchio intorno al fucarazzo, fingevano di piangere, di stracciarsi i capelli e le vesti. Tra un urlo di dolore e un finto pianto ci scappavano sempre molte  grasse risate. A me Zufunella piaceva tantissimo, anche se per tutto il resto dell’anno non ci avevo a che fare, e mai avrei immaginato che non fosse felice.  Ma un giorno seppi, ascoltando le mezze parole dette sottovoce da mia madre e dalle sue amiche, che era morta. Non di morte naturale, come sarebbe stato normale a giudicare dalla sua indole apparentemente gioviale. No: le donne dicevano che aveva bevuto qualcosa, non ricordo più se liscivia o che altro, e che si era avvelenata. Mettendo fine alla propria vita mise termine pure alla tradizione del funerale di Carnevale, portando con sé un sacco di storie che avrebbero forse meritato di essere scritte.

Alieni

E’ un venerdì di aprile del 2013, una sera finalmente tiepida dopo settimane di pioggia e freddo.

Sto  affacciata alla ringhiera di un terrazzino che guarda su Largo Emporio.

Un tempo doveva essere il balcone di una casa;  adesso dà luce ad una delle salette al primo piano di un ristorantino in cui sono stata invitata a festeggiare le nozze d’argento di una coppia di amici: un localino che propone una cucina basata su piatti di pesce a basso costo e che pratica tariffe adatte alle tasche di un’impoverita classe media e a palati poco schizzinosi.

Questo è solo uno dei tanti ristorantini del centro, che si susseguono nei vicoli della Pozzuoli vecchia occupando quelli che furono bassi, botteghe, malazè, quartini di pescatori,  artigiani e piccoli commercianti che un tempo vivevano in questi luoghi.

Largo Emporio, a quei tempi, era lo spazio all’aperto adibito a mercato del pesce del Comune di Pozzuoli.

Di mattina era uno spettacolo di vita, di suoni e di colore fatto di ombrelloni,  di tinozze di legno tinto di bianco e azzurro,di spruzzi e secchiate di acqua di mare del porto;    un concerto di voci sgraziate, di trattative rituali, di grida, di inviti, di richiami di venditori: “ ‘Alóice! Accattàteve ‘alóice!! ’I bbotte ‘nciélo, ‘i  sbatte ’ntèrra e songhe sèmpe scintillante!”

Dopo il mercato,  specie d’estate, dal selciato si sprigionava un fetore nauseabondo: un misto di legno fradicio e nafta, di pesce fetente, di salmastro, di ruggine e di urina che evaporava in miasmi insopportabili, quando il sole picchiava sui basoli  e sullo spiazzo lasciato deserto.

In questa parte del paese,  tra i vicoli affacciati su Largo Emporio e il Canalone, ci abitavano tre delle mie compagne dell’Istituto Magistrale, nelle cui case ho trascorso interi pomeriggi durante gli anni dell’adolescenza a partire dai primi anni Settanta, nel periodo immediatamente successivo alla prima crisi bradisismica,culminata con lo sgombero del Rione Terra e lo spopolamento –  quella volta solo temporaneo –  dell’intera città bassa.

Al rientro da Qualiano, dopo alcuni mesi di allontanamento dal paese e da Largo del Rosso, avevo circa dodici anni. Con la riapertura delle scuole  cominciai a riprendere confidenza col “mondo”oltre Largo del Rosso e la contrada di “Rint’â Torre”,  in cui la mia famiglia era radicata ed in cui poi ho abitato fino al 4 settembre del 1983, il giorno della prima forte scossa di terremoto dovuta alla seconda  crisi bradisismica,  che trasformò per anni tutta la Pozzuoli bassa in una città fantasma.

Lina,  Rosaria, Margherita.

Delle mie tre compagne di scuola di un tempo, soltanto Rosaria abita ancora nel centro storico: “Rint’ â Torre”, vicino alla chiesa di San Marco.

Lina si è trasferita da Largo Emporio a Bacoli;  Margherita da Vico Caldaie al Rione Solfatara.

Io abitavo a  Largo del Rosso, vicino al Tempio di Serapide. Nel tempo di prima attraversavo Via Roma e andavo a fare il bagno alla spiaggia della Sirena.  Da lì sono finita a Monterusciello.

Nella stradina che si è creata tra la fila di palazzi e quella dei gazebo allineati di fronte al parcheggio, vedo transitare i ragazzi che agiteranno la movida notturna tracannando cicchetti serviti al modico prezzo di un euro, e i clienti che invece possono permettersi una cenetta a base di piatti di pesce e che hanno già prenotato un tavolo da “Bobò” o dal “Tarantino”.

Pochi, in questo tempo di crisi.

Il terrazzino a cui sono affacciata sta proprio sopra uno dei  ristoranti che ancora si ostinano a fare cucina di qualità e preparano piatti  col pescato selvatico procurato dalle barche superstiti di quella che fu la marineria di pesca puteolana.  Che pagano cara  la materia prima e che poi praticano prezzi alti per buone ragioni. Ma che forse proprio per questo sono destinati a soccombere ai take away e ai fast&cheap food.

 

Mentre sono affacciata vedo arrivare, dall’ ingresso della stradina che dà sul mare,  uno che riconosco, uno di Abbasci’ û Mare.  Magro, coi capelli sale e pepe, da tutti chiamato Ciacione.

E’ amico di mio cognato e conosce bene i miei fratelli, ma di lui so nulla o quasi, a parte il nome, o meglio, ‘u contranomme che ha sostituito il suo nome anagrafico.

Avanza guardingo nella stradina, tenendo sotto braccio un cassettino di pesci appena pescati tra cui spiccano  grossi cocci e scorfani  ancora vivi.  

Si ferma proprio sotto al terrazzino su cui sono io, e contratta sottovoce  col ristoratore per  venderglieli.  Alla fine glieli lascia, e l’uomo li sistema su un letto di ghiaccio dove i pesci cominciano a contorcersi.

Mentre Ciacione si allontana, mi pare che alla sua sagoma snella si sovrapponga quella di mio padre, coi suoi stivali di gomma verdognola in cui erano infilati i pantaloni di tela,  ‘u curpèttö di cotone pesante a maniche lunghe e il basco di feltro blu sulla testa mezza pelata.

Cammina tranquillo tra la folla del venerdì sera, pare invisibile tanto è ignorato dagli altri passanti, poi svanisce nel buio senza lasciare traccia di sé, quasi fosse un alieno capitato per sbaglio in un mondo lontano anni luce dal suo pianeta di origine.  Alieno,  come Ciacione.

Un tempo questo era il ‘loro’ quartiere, abitato da gente semplice come loro, che parlava la loro stessa lingua,  che conosceva ogni angolo di questo mare e che sapeva indicarne i posti usando gli stessi toponimi. Che se un altro pescatore, sciogliangiarre e solitario che fosse o tartarunàro  e di compagnia come quelli delle lamparelle,  gli avesse detto che aveva pescato  ’Rint’a Badessa, o ‘Ncopp’ ’i Mmèrle, o A luànte î tubbe,  ‘Nt’’u vasciéllo, o ‘Nt’ a Chiaia ’i Cumma,  loro sapevano esattamente dov’era quel posto, e gli altri pure, ma  nessuno che non fosse un pescatore avrebbe capito di che stavano parlando.

Ciacione. Potrebbe essere la storpiatura del suo vero nome,  o di chissà quale epiteto affettuoso con cui  lo si chiamava da bambino.  O forse, da adulto, gliel’avranno affibbiato  i compagni di pesca, come era accaduto a mio padre.  Da “Vincenzo”, che in puteolano  era Viciénzo, era poi diventato in bocca a sua madre e a sua moglie soltanto Scarrupiéllo  (“Scarrupié!”),  e in bocca agli altri pescatori soltanto Caparagliéllo,  in quanto figlio di Capa r’aglio, mio nonno.

Quale sia il vero nome di Ciacione lo ignoro. Il suo contranomme  ha però il suono dell’acqua agitata con le mani, il suono che fa il corpo di qualcuno che nell’ acqua ci è nato e che per questo ci sguazza: uno ca se ciacéjia, per l’appunto.

Mentre lo guardo allontanarsi e svanire,  mi punge in gola a sorpresa un doloroso pensiero: “E’ diventato uno straniero in casa sua senza nemmeno accorgersene …”.

E’ il  sopravvissuto di un mondo scomparso.  Come lo siamo noi,  esuli a Monterusciello o al Rione Toiano.  Come forse lo erano già mio padre e i suoi compagni di pesca a loro insaputa fin dal tempo di prima. Prima dell’esodo.

Prima che Pozzuoli fosse sventrata.  Prima che fosse esposta al mondo come un coccio o uno scorfano dai colori smaglianti del pesce appena pescato, con l’occhio che pare vivo, come quelli rimasti a fare bella mostra di sé, irrimediabilmente morti,  sul letto di ghiaccio del banchetto di Bobò.

Sinfonia della Terra

LUX in FABULA – RIONE TERRA 1968 – “Sinfonia della Terra” di Lorenzo Lamagna; “A Serenata d’ ‘o marenar” di Aniello Califano – Salvatore Gambardella, 1903; “Se po sunà” di Gianni Lamagna – Musiche eseguite da Lorenzo Lamagna (clarinetto) Gianni Lamagna (chitarra) Giosi Cincotti (fisarmonica) Arcangelo Michele Caso (basso). Riprese sonore Arcangelo Michele Caso.

La prima volta che sono ‘salita’ al Rione Terra, nei primi anni ’70 del Novecento, la rocca era già disabitata, ma ancora accessibile.  Ho attraversato i vicoli deserti insieme alle mie compagne di scuola e qualcuno, dall’alto di un balcone pieno di sterpaglie, ci ha lanciato addosso un porta-sapone di metallo, col chiaro intento di mandarci via. Eravamo un gruppo di ragazzine e siamo scappate. La seconda volta tutti gli accessi al Rione erano sbarrati, ed era il 1984. Lo so perché la vista di un muro che impediva l’accesso al Sedile di Porta, l’ingresso principale al Rione Terra, mi spinse a scrivere questi ‘versi’.

Rione Terra

Un giorno quasi per caso
percorro una strada in salita
E in cima trovo un muro
di cemento armato
una barriera insormontabile
che preclude l’accesso

(A cosa mai servivano tutti quegli uncini
quei cocci di bottiglia lassù in alto
se non a separare la mia gente
dal gusto antico delle sue radici?)

Nel muro
ben serrata
una porta di ferro

Oltre il muro tutto un mondo vuoto
ormai privo di voce
occhi neri di finestre spalancate
come spettrali bocche stupite
e balconi infestati di erbacce
orfani di danze di panni stesi

E’ in scena il silenzio spettrale
di un palcoscenico deserto
Brandelli di tende al vento
desolato sipario

(Giaceva dimenticata
chissà in quale tasca
in quale testa smemorata
una chiave)
(1984)

N.d.A.
Il Rione Terra era il cuore antico della mia Pozzuoli. Fino al marzo del 1970 pulsava di vita, poi fu evacuato e recintato, dopo una crisi di bradisismo che fece sollevare il suolo del mio paese di circa due metri. Da oltre trent’anni aspetta di essere restituito alla memoria dei Puteolani, che nel frattempo sembrano averne dimenticato l’esistenza. I lavori di restauro, iniziati da molto tempo e non ancora conclusi, hanno portato alla luce un patrimonio archeologico di valore inestimabile, sepolto da duemila anni sotto il dedalo di vicoli e di palazzi che vi sono stati costruiti sopra. Sono stati individuati e resi visibili i tracciati delle strade, i resti delle case e delle taberne, persino le macine e i forni che fornivano la farina e il pane agli abitanti della Puteoli di epoca romana. In un futuro ormai prossimo, almeno si spera, il Rione Terra sarà aperto interamente al pubblico. Già adesso, in determinati periodi dell’anno vi giungono visitatori provenienti da ogni parte del mondo e alcuni palazzi vengono utilizzati in occasione di eventi culturali quali mostre, convegni e spettacoli. E’ da escludere un rientro della popolazione nei palazzi restaurati, che diventeranno uffici del Comune, sedi di associazioni culturali, locali per mostre ed eventi culturali.
Se volete saperne di più, e magari organizzare una vacanza che includa un tour nei Campi Flegrei e una visita a Pozzuoli, potete documentarvi utilizzando un qualsiasi motore di ricerca. Scoprirete che nella mia terra vi sono vulcani, solfatare, acque termali, monumenti archeologici di eccezionale importanza come l’anfiteatro Flavio e il Tempio di Serapide, e anche la nuova Pompei della Campania, sotto il Rione Terra.

(2003)

Ad un figlio di Troia

Procida e Ischia viste dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Procida e Ischia viste dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Veduta di Capo Miseno dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei
Veduta di Capo Miseno dalla spiaggia di Miliscola, Campi Flegrei


La poesia è stata inserita nel catalogo della mostra di dipinti dell’artista flegreo Vincenzo Aulitto sul tema “Miseno”, ispirato al promontorio che prende il nome dal mitico trombettiere di Enea, morto, secondo la leggenda, nelle acque del golfo di Pozzuoli (episodio che Virgilio inserisce nel sesto libro dell’Eneide, vv.226).

Miliscola

‘u sole mætte
‘u sole se sœse

nuje simmo tèrre
ca ‘nt’ ‘a scuràta
tornano â casa

Miliscola

1.

Perché m’incanta così tanto
questo mio mare domestico?
Le scura rena lambita dall’onda
pare risponda: “Perché lo conosci,
perché ti conosce. Ti ri-conosce.”
E sciabordando di spuma risacca
pare annuire tranquillo, il mio mare.

2.

Rosa cipria del cielo
col nero di scogliera
spiaggia di Miliscola
ultimo dì di marzo
– anno duemiladodici –
sul fare della sera.

Traduz. dei versi in dialetto puteolano
Il sole cala, il sole si leva. Noi siamo terre che all’imbrunire tornano a casa.