E basta

E basta
l’odore di legna tagliata
della pioggia, all’uscio esposto
dell’inutile tana di una volpe
forse acquattata sul fondo,
ancora, su cuccioli invisibili,
e al trillo di un minuscolo
minuscolo uccello. Le piume
bianche alla gola fremono
di gioia, mentre coraggioso
canta e si mostra a chi passa
e lo ascolta, rapito. E basta

il lieve, tormentato incanto
di un mondo che si asciuga
all’erba falciata di netto
come agli sterpi morti
e a questo cumulo di pietre
senza importanza, che era vita
prima. Basta, ciò che resta
di pulcini nei nidi, al merlo
che fruga tra i rovi, al cane
che uggiola e annusa. E basta
un istante di pace, al dolore
dell’acqua caduta, alla soffice
pausa di perla della luce.

(18 aprile 2004)

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Rifaremo ogni cosa più bella

 

 

Rifaremo ogni cosa più bella, sai?
Torneremo alle nostre macerie
E ne faremo verdi colline.
Saranno cumuli di memoria
Ma anche ombra di palme in fiore
Gorgoglìo di fontane
Scorrere d’ acqua fresca
Pura, come la pace
Che sapremo ancora sognare.

Legheremo nuovi paesaggi
Agli occhi. Ci parlerà di gioia
Un timido raggio di sole.

Ma tu, ora
Volgi lontano lo sguardo
Per favore. Lasciaci qui a morire.
Soli. Coi nostri mondi perduti.
I figli. I vicini di casa. Il tubare
Quieto dei colombi. Innamorati.
Il glicine che fioriva a primavera.
Le chiacchiere. Le notti di luglio
Sulle scale. I fuochi senza morte
Di certe sere d’agosto. Lasciaci.
Volgi lo sguardo altrove. Mentre

Piangiamo ciò che tu che non sai.

Scrivo una poesia per la pace

Scrivo una poesia per la pace

quando sono troppo esausta
mi fumano tutte le dita dei piedi
bruciano così tanto da non crederci
e mi dico che ce l’ho fatta, sì!- e che
anch’io ho marciato per la pace, in silenzio.

Scrivo una poesia per la pace
quando mi sento folle d’amore
la scrivo nel momento sbagliato
mentre qualcuno mi muore
proprio quando scoppia una guerra
che – guarda – non era davvero il caso.

Scrivo una poesia per la pace
quando sto esplodendo di gioia
e intanto un tizio progetta ordigni
la morte riempie la pancia di un caccia
e bombe chimiche regalano sonni eterni
ai corpi dei Mustafà bambini.

Scrivo una poesia per la pace

quando l’economia si rimette in moto
le borse vanno su, i venditori di armi
fanno affari d’oro, fottendosene dei cani
dei gatti, di tutti i cuori infranti
magari pure del mio, del tuo, di quelli
che non faranno più in tempo a incontrarsi.

Scrivo una poesia per la pace

quando ho bisogno di starmene tranquilla
intorno a me ronza un calabrone
sulla mia testa c’è un sibilo che inquieta
e una scia sfregia l’azzurro di bianco.

E scrivo una poesia per la pace

quando porto a spasso il cane
un merlo allunga un verme al pulcino
il cielo ha appena smesso di piovere
e tutto intorno ride e scintilla.

10. La lettera

Nei cassetti del comò della nonna non ci stavano che vecchissime lenzuola ingiallite, con le balze di lino sfilato in modo da formare disegni di foglie, grappoli d’uva e angeli.
Ogni tanto zi’Assunta gliele mostrava tutta orgogliosa, e le cuntava che quei capolavori erano solo una piccola parte del suo corredo di sposa e che molti di quei ricami li aveva fatti lei con le sue mani quando era zita. Continua a leggere

9. La Storia è fatta di cunti più grandi

Nella scuola elementare Maruzzella incontrò le storie che sapeva la maestra Anna Palazzina e quelle che erano chiuse nei libri di lettura e nei sussidiari.
Alla maestra non c’era bisogno di spiare nulla, che quella veniva pagata per insegnare tutto ai bambini, e a scuola ci andava per fare soltanto questo.
La Palazzina, pensava Maruzzella, aveva il dovere di cuntare e spiegare ogni cosa.In brevissimo tempo, grazie all’arte e all’amore di quella vecchia maestra, imparò a leggere e a scrivere; ed erano due abilità prodigiose che le vecchie Sarachèlle non tenevano e che Luisa, sua madre, aveva quasi del tutto dimenticato. Alla creatura pareva già un miracolo avere imparato a leggere. Le parole non erano più soltanto dette e ascoltate: si facevano vedere e stavano là sulle pagine, stampate per sempre. Che se lei era stanca e la sera si addormentava sui compiti da fare, il giorno dopo le ritrovava uguali a come erano il giorno prima!

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4. Il nome di Vicienzo lo vede, il mare.

-Zi’ Filumè’ …ma pecché ve chiammeno Sarachèlla?
-Eh, pecché …T’avess’ ‘a cuntà’ ‘na storia longa, Maruzzè’…Ma tu nun tieni suonno? E mammeta, comm’è ca nun te chiamma ancora?
-E’ andata dalla cummara Adelina a vedere la puntata alla televisione.
-E sòreta grossa addò’ sta?
-Sta facendo cumpagnia a ‘Ngelinella …

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