Arance

È un giovedì searancera, all’inizio di dicembre, a casa di mia madre.

Nadija è rientrata da poco, perché il giovedì ha il pomeriggio libero, come in genere tutte le donne straniere che accudiscono persone anziane in Italia.

Seduta sul divano, mia madre guarda la televisione; a poca distanza da lei Nadija, mia sorella Teresa ed io siamo sedute a tavola, nell’angolo che fa da cucina. Abbiamo appena finito di mangiare la pizza al pomodoro preparata da mia sorella.  Chiacchieriamo del più e del meno, quando d’un tratto gli occhi di Nadija si illuminano, come succede sempre quando pensa a qualcosa che la rende felice.

Frutta sta! – E così esclamando si alza e corre in veranda.

Mangia, Mariela! – mi invita con tono perentorio al ritorno, deponendo sul tavolo della cucina quattro arance tonde color oro. Ha un largo sorriso stampato sulla faccia pulita mentre depone sul tavolo i frutti raccolti sull’albero che è in giardino. Maturano senza l’aiuto di antiparassitari o concimi chimici, sono completamente naturali.

Stamattina io raccolto arance! Sono buonissime! Mangia, tu piace… – spiega Nadija nel suo buffo italiano.

Le sorrido, grata del pensiero. Lei mi conosce meglio di Teresa, la mia sorella maggiore che vive altrove da oltre vent’anni e che è venuta a trovare mamma prima delle feste: dice con lo sguardo più di quanto dica con le parole. Ci guardiamo, sorridendo l’una all’altra, mentre sbucciamo le arance con le mani. Che buono, l’odore che si sprigiona in cucina! Sa di fuochi accesi, di sere affollate, di giochi… sa di Natale…

Se ci fosse mio padre tutto sarebbe perfetto. Ma se n’è andato all’inizio dell’estate, quando questi frutti erano palline verdi nascoste tre le foglie.

A lui piaceva raccogliere le arance dal “suo” albero, in inverno. Per tutta la vita aveva avuto sotto i piedi le assi di legno del gozzo e l’ondeggiare cedevole del mare, fino ai settanta era vissuto sempre lontano dalla campagna e dai suoi prodotti, ma dopo l’esodo dal centro di Pozzuoli  aveva scoperto che lentamente un fiore può trasformarsi in frutto.

Quando eravamo andati a vivere in periferia, nella casa nuova, nel vedere il microscopico giardino con quella pianta di cui non riconosceva la specie (era un arancio, ma a quel tempo nessuno di noi era abbastanza esperto per dirlo) mio padre aveva avuto un moto di disappunto, pensando a tutti gli inconvenienti che avrebbe comportato la gestione di quel piccolo pezzo di terreno. Aveva settantuno anni, quando ci eravamo trasferiti a Monterusciello. Te lo immagini un vecchio pescatore trapiantato su una collina ventosa? Io invece ero al settimo cielo per la gioia e pensavo a tutte le possibilità che il ‘giardino’ avrebbe offerto al mio pollice verde senza esperienza. Quando vivevamo a Largo del Rosso avevo già provato a coltivare piante in vaso fuori al balcone, ma senza risultati incoraggianti; ero certa che in quel giardino avrei imparato, come poi pian piano successe.

Col passare degli anni anche l’atteggiamento di mio padre era lentamente cambiato. Man mano che per lui diventava sempre più faticoso recarsi ogni mattina in centro, alla darsena dov’era ormeggiato il peschereccio dei miei fratelli, si era attaccato a quello spazio a lui alieno. Un giorno si era portato a casa le reti da rammendare e aveva scelto il giardino come angolo per lavorare. Era strano vedere un vecchio pescatore rammendare le reti in un quartiere in collina, nel verde di un luogo che mal si conciliava con un’attività come quella.

Pian piano si era affezionato alla vegetazione, che all’inizio gli dava quasi fastidio. Ricordo un dicembre in cui scrutava tra i rami e contava le arance ancora verdi, per annunciarmi poi con un sorriso trionfante: – Ce stanne quattòrdece purtüàlle!!

Prima di quell’anno la pianta non aveva mai fruttificato, forse perché troppo giovane,  e lui si era convinto che si trattasse di un arancio selvatico, dunque inutile. Ma da quel momento in poi aveva atteso ogni primavera la fioritura e poi spiato con ansia le piccole sfere verdi che si accrescevano lentamente; le aveva quasi fatte maturare con gli occhi – spazientendosi con mia madre che aveva sempre fretta e le raccoglieva quando erano ancora acerbe – in attesa di procedere solennemente alla raccolta e alla successiva distribuzione a noi figli.

Litigavamo con lui, per gioco, sulla distribuzione delle arance, accusandolo di non essere equo nel fare le parti, e persino di essere tirchio, di volerle tenere tutte per sé. Lui si arrabbiava per finta, e rideva, ma io sospettavo che un po’ gli dispiacesse davvero separarsi dalla maggior parte del raccolto. Poi il tempo era trascorso …

Alla fine di un calvario lungo due anni, disteso nel suo letto, la scorsa primavera mi aveva chiesto di chiudere le persiane della finestra che si affacciava sul giardino.

Oggi è una giornata così bella, papà – gli avevo detto sorridendo – perché non lasci che entri un po’ di luce?

Lui aveva girato la faccia verso il sole del giardino, verso la neve bianca delle zagare spruzzata sul verde intenso del fogliame.

Guarda! L’albero è tutto fiorito, quest’inverno sarà carico di arance …

Ed ero ammutolita davanti a quello spettacolo, trafitta improvvisamente dal pensiero che mio padre non sarebbe arrivato all’inverno, che il suo tempo si sarebbe fermato prima.

Si può essere molto crudeli, a volte, senza volere.

Lui aveva guardato fuori, poi aveva distolto gli occhi dalla chioma fiorita del ‘suo’ albero con un’espressione che non riesco a dimenticare. Con voce stremata mi aveva ripetuto di chiudere le persiane, ed io l’avevo accontentato senza più insistere, permettendogli di assopirsi per un po’. L’odore delle zagare era così inteso che stordiva, mi torna dentro coi ricordi mentre mastico lentamente.

Avrei voluto trattenerti fino a quest’inverno, papà, fino a questo raccolto. Avrei voluto vederti ancora felice, seduto in giardino con la palettina di plastica rossa per scacciare le mosche. Ogni tanto l’avresti allungata sulla testa di mamma fingendo di volerla battere, con la lingua stretta tra le labbra e un’espressione da duro di pasta frolla.

Avrei voluto che il tempo si fermasse, ma non è successo …

(2003)

Like a frozen land

I

cosa debba suggerirmi, questo foglio
bianco, non so. nulla, probabilmente.
perché nulla più si muove, in questo
muscolo corrotto che chiamano cuore.
nulla di nulla, niente più. si muore.

II

in una goccia di olio di sandalo
ho intinto un polpastrello
quindi ho strusciato l’indice, lentamente
sulla pelle dei polsi. dopo ho annusato
e sì, avevo un buon profumo.

non provo che silenzio, adesso.

III

alle tre passate, pensavo
il mondo è disteso a letto. dorme
chi si agita tra le lenzuola. dorme
chi si lamenta nel sonno. e forse russa
chi dorme. acciambellato nella cuccia
anche il cane.

IV

e poi c’è questo… non mi viene la parola…
questo lontano abbaìo che si trascina
da ore, lamentoso. e d’improvviso s’acquieta.

(2009)

Zi’ ‘Ngiulina

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Zi’ ‘Ngiulina è la donna che tiene il nipotino in braccio.  (foto gentilmente concessa  da Ignazio)
Lo spauracchio dei bambini del vicolo era zi’ ‘Ngiulina, una delle figlie della nonna Sarachèlla nonché sorella prediletta di suo padre. Che era tanto Sarachèlla da sembrare una donna terribile, e che tutti sembravano temere. Da grande Maruzzella avrebbe rivisto il proprio giudizio su quella zia, ma all’epoca dei fatti narrati ne aveva terrore.
A quel tempo il vicolo era pieno di bande di scugnizzi vocianti, che ne combinavano di tutti i colori e avevano sempre qualcosa da fare.
Zi’ ‘Ngiulina era il loro incubo, e viceversa.

Dopo un pranzo consumato frettolosamente in stanze buie ed affollate, gli scugnizzi di Largo del Rosso sciamavano giù dalle scalinatelle o fuori dai bassi come api in cerca di fiori. E i fiori erano i basoli del vicolo, erano i muri di tufo giallo dei palazzi, che insegnavano ai ragazzi mille giochi.
Veniva la stagione delle nocelle, e allora i maschi giocavano a fare castelli di nocciole da distruggere poi con tiri rapidi e precisi usando ‘u pallone che ogni ragazzo possedeva: una nocciola scelta tra quelle più grandi, che ognuno provvedeva a rendere più pesante, facendo colare dentro il guscio, attraverso un foro praticato ad arte, del piombo fuso.

Veniva il tempo del singo, e allora c’era un posto, in un angolo della corte, dove i basoli formavano una specie di griglia numerica naturale, i bordi della quale erano gli interstizi di calce tra una pietra e l’altra. Ogni bambina sapeva quale basolo era il numero cinque, quale il numero tre, quali erano il basolo di partenza e quello di arrivo, senza bisogno di usare il gesso.
Maruzzella, che a causa dei postumi della paralisi non riusciva a saltellare su un solo piede, su quel singo di pietra grigia ci camminava soltanto, stando bene attenta a non finire sugli interstizi tra un basolo e l’altro, ché altrimenti avrebbe dovuto lasciare il posto alla sorellina, o ad Annuccella, la loro cugina.
Le altre bambine non le facevano pesare quella sua incapacità di saltare, poiché era tacitamente convenuto che lei partecipasse al gioco secondo le sue possibilità, e nessuna aveva mai messo in discussione questo patto mai formulato a parole.

Veniva pure il tempo delle piogge improvvise, le buriane, e allora in certi punti del vicolo si formavano delle grandi pozzanghere, i lavaruni, dove gli scalmanati bambini si divertivano a sguazzare, o dove facevano navigare barchette di carta o pezzi di legno cui si aggiungeva un’elica, azionata da un elastico.

Veniva l’estate, e i ragazzi cuocevano patate sotto la cenere, nei giorni in cui le donne facevano le conserve di pomodoro; oppure andavano a fare il bagno alla spiaggia della Sirena; oppure, quando il fresco della sera dava un po’ di sollievo, organizzavano le cucinelle, una specie di pic-nic d’altri tempi. Ognuno portava qualcosa da mangiare e si distribuiva quello che si aveva, o si cucinavano gli spaghetti aglio e olio e si mangiava tutti insieme, apparecchiando tavoli improvvisati al centro del vicolo.

Gli adulti stavano a guardare, talvolta sbraitando, ma più spesso sorridendo a causa del vocìo dei ragazzi e delle loro baruffe chiassose. Tutti, comunque, osservavano gli scugnizzi del vicolo con lo sguardo protettivo e paziente che hanno le leonesse quando sorvegliano i cuccioli del branco. Tutti, tranne zi’ ‘Ngiulina.

Che piovesse o splendesse il sole, che fosse Natale o Ferragosto, zì ‘Ngiulina era là, con la sua lunga pertica che in realtà era una sottile canna di bambù, a minacciare i bambini che “shhhh!!!…zitti!!” minacciavano il sonno leggero di zì Giulianiello. Il quale era suo marito e, sfortunatamente – solo per il fatto di avere disturbi del sonno, non per altro – pure lo zio di Maruzzella, Angelina e Annuccella.

La parola che attendo

Tu dimmi una parola, dimmi
quella che attendo
attenta a non fraintendere.

Dimmi soltanto quella
quella che voglio udire
e che non sento.

Dimmela, la parola che voglio
una parola sola, spiraglio
di futuro e grata sul passato.

Quale? Quale parola?
Quella che non ho inteso
che non mi hai detto, mai.

*

(Passava dalle mie parti e l’ho abbracciata. Piangeva, così le ho asciugato le lacrime con le mani, avevo soltanto quelle. Mi ha sorriso a labbra chiuse. Poi mi girava intorno, perdeva tempo, finché l’ho scritta… )

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(23 luglio 2003)