Pancreatica

Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
Si disponevano secchi di plastica e pezze
davanti all’armadio in camera da letto.
Lo specchio rifletteva i secchi, i nostri
vent’ anni raccoglievano gocce e intonaco
le nostre mani versavano bestemmie
strizzando rabbiosamente stracci zuppi
– torcendoli – quasi fossero il collo
della padrona di casa o di Agnese, che

un piano più su, calpestava esauste
riggiole sulle nostre teste, incurante
di noi e della guaina di asfalto da rifare.
Quando eravamo poveri ci pioveva in casa.
E anche adesso

che siamo poveri solo di tempo e di spirito
nella nostra casa il soffitto di un bagno ammuffisce.
Nell’altro pende immemore dell’intonaco, che poi
si sfoglia e precipita, come grandine o neve
mentre l’umido della doccia trasuda nel corridoio
sulla parete da ritinteggiare.  Anche adesso
esauste riggiole – mattonelle da cooperativa
in posa da vent’anni – fremono sotto i nostri
passi.E siamo noi, adesso, le padrone di casa
siamo noi quell’Agnese. E siamo sempre noi
impotenti, a benedire Ornella che non ha denaro
né troppa voglia di spenderlo né forse modo
di rifare i bagni dell’appartamento sopra il nostro.

[Ornella è spesso di pattuglia nel viale.
Porta a spasso un cane, le fa male la schiena
e cammina piano. Poi non ha un cazzo da fare.
Vuole vendere casa e trasferirsi a Nord-Est
dove vivono i due figli e i nipoti.
Suo marito Oreste ha un vecchissimo padre
da accudire, un padre ultranovantenne che
non ha voglia di morire. Non venderà casa
finché  suo padre vive. Attende la pensione.
Intanto tappa le falle come può – col silicone.
Ornella attende che il vecchio cane muoia
attende che il suocero muoia, e già ne piange
la perdita. Ma delle perdite nostre – quelle
nei bagni – non sembra darsi peso.]

Noi che imprechiamo tra i denti, mentre
sorridendo la salutiamo, al rientro.

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Il ventre s_schiuso di una conchiglia

*

E adesso mi scruta sorniona una Maja
desnuda Sembra nascondere una perla
nella conchiglia impenetrabile del ventre
Mi schernisce, ehi al Prado ti è stato già
riservato il biglietto Ma, se non dovessi
arrivare in tempo -sorella- scattati
una foto della fica col cellulare e inviamela
che voglio mostrarla ai turisti del futuro

La fisso perplessa, le rispondo a caso
Non sono sicura di volerlo, però mi tenti
Se ci dovessi pensare studierò le pose

avrò il ventre s_chiuso di una conchiglia
e una perla celata al tuo sguardo beffardo

*

Il ventre schiuso di una conchiglia
Acquarello su carta granulosa, omaggio di Michela Tropea

da:

Nessun addio è per sempre

Il circolo vizioso della disarmonia

tra le mie braccia mi raccolgo
di me stessa resto in ascolto

mi metto a contatto col mio respiro
percorro il circolo vizioso
della disarmonia

e lo spezzo.

mi tengo un piede con l’altro
un lato del corpo con l’altro
mi sostengo da me

uscire

dai

soliti

schemi

– Io non ho paura!
– Non ce la farò mai …
– Non mi arrendo.
– Aiutami …
– Sei lontano.
– Sei già in cima …
– Sei scappato.
– Vattene!
– Ce la farò da sola …
– lasciami andare.
adesso.

ah, la bellezza del mio passo
la musicalità delle mie pause
il ritmo sincopato
di questo cuore compresso
quando sembra scoppiarmi in petto
questo respiro che si intrufola
nelle curve delle vertebre
e la forza della mia debolezza!

io mi amo.
Tanto.
tanto da potermi affidare
all’arbusto del sentiero
e aggrapparmici con fede cieca.

con queste mani posso sradicare
ogni certezza

(19 giugno 2007)

Il rimedio è la povertà (di Goffredo Parise)

Prismi - Pensieri filosofici

Pubblico qui un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 (ora nella bella antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013). L’articolo, che apparve il 30 giugno 1974, è un piccolo gioiello di stile e di pensiero di questo autore sovranamente libero e alieno da tutte le chiese e i salotti dell’apartheid politico italiano, e rappresenta oggi forse più che allora una staffilata alla nostra inerzia materiale e morale. Non mi sembra inoltre privo di qualche collegamento con le riflessioni sulla povertà che Alessandro Bellan ha recentemente condotto su questo blog.

Goffredo Parise scrive a macchina«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare…

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riappropriarsi della lentezza

qualche città che m’aspetta anche se non parto

EROSPEA

riappropriarsi della ‘lentezza’; sia essa un rapido percepire d’azione; sia un ritmo lento, quel motivetto lento che hai sempre cantato; sia una serpe che srotola/avvolge danza tra le scapole la spalla il petto  l’asola a poppa  il finito basso immenso, come certi corpi in capo al mondo; e il capo è qui, senza scrollo, che lentamente sveglia una realtà d’ascolto; questo piccone di buon ora (nel deserto senza dune, ma le spalle…); il silenzio di partenze dell’estati in convenzione; qualche città che m’aspetta anche se non parto, la distanza che non passa, tra me e il cosmo, il caos lento, quel motivetto lento, che cantavo, (e canto) tra le scapole, a fior di pelle…

“volevo solo starmene adagiata in un angolo di cosmo” – stamane –

d°’

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Buon compleanno, maestra

Fine maggio. Qui nelle aule fa già caldo e i bambini sono stanchi e deconcentrati come ogni volta che si sente aria di vacanze estive.
Anch’io sono stanca: fare questo lavoro e mantenere lo stesso entusiasmo dei primi anni di carriera è faticoso assai.Nina si avvicina alla cattedra con fare circospetto, accompagnata da Sara, la sua amichetta del cuore.
– Maestra … quand’è il tuo compleanno?
– Il 23 novembre … – e le sorrido, mentre le affiora sul volto un’ espressione vagamente delusa. Nina è di quelle alunne che parlano pochissimo, chissà perché mi fa questa domanda.
– … E il tuo onomastico?
– Il 12 settembre … ma perché me lo chiedi?
– No, così …
– Sono già passati, sia il compleanno che l’onomastico – le dico sorridendo.
Lei annuisce con aria delusa e ritorna al suo posto, mentre Sara le sussurra qualcosa che non capisco; la lezione riprende.Passa qualche giorno e ho di nuovo lezione di inglese nella sua classe. Nina si avvicina alla cattedra, di nuovo accompagnata da Sara.
-Questo è per te, maestra. – E mi porge un pacchetto confezionato con cura. Sembrerebbe una penna, a giudicare dalla sagoma. In cima, la carta della confezione è stata tagliata in tante striscioline, e attaccato ad una di esse c’è un bigliettino ricavato da un foglio di quaderno e decorato con piccoli disegni colorati a pennarello. C’è persino un piccolo arcobaleno, tra i decori.
-Oh … grazie … – le faccio con aria stupita. Apro il biglietto e leggo: “Happy Birthday, teacher. Nina”
– Ma … oggi non è il mio compleanno! Non te l’ho già detto che è in novembre?
– Vabbé, non importa … quando verrà il tuo compleanno io non ci sarò.
Capisco subito cosa intende dire, ma Sara mi spiega: – Il prossimo anno saremo alla scuola media, Nina pensa che non potrà farti gli auguri … Apri il pacchetto.
Non ho parole, mentre torno a guardare Nina: sono commossa.
E’ una penna. Una pilot. Di quelle a quattro colori, coi pulsantini da spingere per far venire fuori le punte. Quando ero bambina ne avevo una a dieci colori, erano le prime con inchiostri diversi dal blu, dal nero e dal rosso che circolavano a quei tempi.
– Che bella, Nina! … Grazie. Ma la scuola media è vicinissima, e quando avrai un po’ di tempo libero potrai sempre venire a salutare, non credi?
Annuisce con aria indecisa. Forse si vergognerà troppo, forse non ci sarà la sua amica Sara a farle coraggio. Le stampo due baci sulle guance che lei ricambia con trasporto.

Strano, non avrei mai detto che Nina si fosse attaccata anche a me, che vede solo tre ore a settimana. In cinque anni non ha fatto che guardarmi e ascoltarmi in silenzio. E’ una bambina molto timida, però attenta, volenterosa… brava, anche. Ma non si mette in mostra, non sgomita, non manifesta i suoi sentimenti verso i grandi. Quand’è contenta glielo leggi negli occhi, quando si annoia cerca di non darlo a vedere, come se avesse paura di essere scortese.
Adesso è contenta e si vede. E anch’io. Abbiamo passato insieme un lungo periodo che è volato via in un attimo, e in quell’attimo Nina e i suoi compagni sono cresciuti, mentre io sono invecchiata. Dal prossimo settembre dovrò affrontare piccole pesti di sei anni: ci vorrà molta energia per mettersi a contatto con le loro teste e i loro cuori. E molta memoria per ricordare subito i loro nomi.

– Maestra, mi abbottoni i pantaloni, mi allacci le scarpe?
– Gianmarco mi ha spinta, voglio la mia mamma!
– Lo sai che ti voglio bene?
– Bene, Roberto, tu adesso te ne stai lungo disteso sul pavimento e fai i capricci, ma io non ti tiro su … Quando penserai che è il momento, ti alzerai da solo e tornerai al tuo posto.

Occhi, volti, mani, sorrisi, smorfie: mi sfilano davanti generazioni di bambini, e ognuno ha un nome e una storia.

Però il passato si dissolve, mentre rimetto a fuoco il volto di Nina che mi sorride dal suo posto: la pilot multicolore che stringo in una mano è una bacchetta magica rigenerante che mi riporta nell’adesso.
Sulla scrivania è già pronto il lettore cd; mi alzo e inserisco la spina nella presa.
– Allora, ricordate la storia? Siamo i cavalieri di Camelot e canteremo la canzone per il nuovo re.
Prendo dalla mia borsa il cd, lo inserisco nel lettore.
– Posso fare il cavaliere rosso?
– D’accordo, Gianluca. E tu, Maria Paola, sarai Rowena.
– Ma dopo io voglio fare il cavaliere nero, teacher, quello cattivo!
– Sì, Gianluca … But now … Stand up, please!
Premo il pulsante “play” e dopo qualche secondo si sente la voce dello speaker comandare: “Sing the knights song!” … Poi parte una musica gioiosa.
E ho anch’io dieci anni, mentre marciamo cantando tra due file di banchi che, come me, hanno molto vissuto.