Allora scrivo

Allora scrivo, per costringerti ad ascoltare.
Io non ti vedo, non ti sento, non esisti.
Ci sono io e basta. Io, maledetta
un fiume in piena di veleno e follia.
Che fumo, rantolo, impreco.
Che mi dondolo sulla sedia e piango asciutto.
Io che mi tappo gli occhi con le mani stese
che scavo le tempie coi pollici
nel vano gesto di chi spreme angoscia.
Io e il latrato di un cane
lontano e disperato anche quello.
Invento preghiere senza destinartele
articolo grida oltre la soglia dell’udibile
mi faccio sconti di se e di ma. Poi rido.
Di te, di me, di questo schifo che è ogni sera.
E tu chi sei, eh? Nessuno.

Tu – che adesso scorri indifferente
queste righe, che sei una foglia
abbandonata alla corrente – che cazzo
sai di me, se non che un gorgo impazzito
di dolore mi sta trascinando a fondo?
Adesso – adesso – mentre tu leggi così
senza parere – hai capito, stronzo?!
Affondo – a fondo – e non c’è nulla
su cui voglia puntare i piedi. Ma intanto
mi prendo il gusto di sputarti in faccia.
Di vomitare rabbia
sul tuo procedere senza sapermi tutta.

Ballata per Gina, atto II

Gina che muore di sonno, che si rifiuta di chiudere gli occhi;
che quando dorme non sogna, o che forse sì ma al risveglio
non ne resta traccia; Gina che forse da sveglia non ne possiede
abbastanza, di sogni; che forse la speranza di un sogno se l’è
portata via il tempo. E il tempo ganzo con cui andare a letto
può sempre aspettare, che tanto Gina i suoi bocconi di notte
non se li fa più rubare. Gli spazi di silenzio dentro il buio fitto
le fanno da coperta e lei, Gina che dorme sempre troppo poco,
se la tiene stretta.

Nel nero trafitto da un lampo, spesso, scintilla una parola:
lei aspetta quella più giusta per farsene lenzuola; e sprimacciando
una voce se ne fa guanciale; Gina si ninna da sola.
Non ne può più dell’inverno che le stringe la gola; pensa
che fuori è caldo, che tanto in casa tutti dormono e che c’è
nessuno che l’aspetta. E allora vola,

fuori dal terrazzino, vola verso la bocca dei cani
che urlano alla notte verso la luna piena, verso una stella lontana,
stella forse contenta/ di vederla arrivare. Vola
verso il destino che è stato scritto per lei, Gina.

E so del tempo perché scruto il cielo

La costellazione di Orione fotografata da Giovanni Conte
“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtiélle.”

Le tre stelle allineate della Cintura di Orione, chiamate dai pescatori puteolani “I tre fratiélle”, ovvero i tre fratelli, appaiono nel nostro cielo sul finire dell’estate. E avvisano i pescatori che bisogna prepararsi ad affrontare l’inverno.

C’è un detto popolare che ho sentito ripetere da mio padre e lo lascio sotto questa immagine:

“Quann’accumpàren’ ‘i tre fratiélle, allestitev’ ‘i capputtielle.”

I tre fratiélle sorgevano verso la fine di agosto, nel pezzo di cielo che si poteva vedere da casa nostra, sbucando all’imbrunire  oltre il palazzo che noi chiamavamo ‘u palazz’ ‘i ‘Ddulurata, e che in realtà era un’antica torre di avvistamento spagnola che negli anni sessanta del Novecento era ancora abitata da due famiglie e che dopo il Bradisismo del 1970 rimase deserta e in abbandono. Quando ero bambina nel palazzo mezzo scarrupato abitava soltanto Ddulurata. Io ci entrai una volta con altri bambini del vicolo, e salii le scale buie e polverose fino in cima. Fu una specie di prova di coraggio, ricordo ancora la lotta per vincere la paura, i gradini privi di marmi, di pietra nuda rosicata dal tempo, e l’odore penetrante di umido. Visto da casa mia il ‘palazzo’ era tutto di tufo giallo, e negli interstizi tra le pietre facevano i nidi i colombi. Era un buon fondale per osservare il cielo, di notte. E all’inizio della primavera da dietro il palazzo sorgeva finalmente il sole, che nei lunghi mesi invernali era troppo basso per farsi vedere, e la sua luce arrivava sul mio balcone.

(foto di Giovanni Conte)

In cammino

Stamattina ho visto passare una poesia
lungo il viottolo che costeggia casa mia.

Aveva l’incedere altero, il passo sicuro
di chi sa dove andare, la schiena dritta,
la pelle nera, lo sguardo fiero, gli occhi
di un ragazzo giunto da chissà dove
[era una poesia in cammino] diretto
chissà dove. Che indossava una polo
bianca su jeans puliti, e un’espressione
tranquilla. Portando sulle spalle
uno zainetto scuro, un paio d’ali ai piedi.

Una Panda le è transitata accanto
quasi sfiorandola, senza coglierla.

Gli scugnizzi di Largo del Rosso

Foto di Vincenzo Conte o Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni sessanta.
Foto di Vincenzo Conte o di Settimio Gallinaro, periodo di Carnevale, primi anni ’60.

Zufenella, diminutivo e storpiatura di Sofia, era la donna anziana che in questa foto è ritratta con la nipotina in braccio. Per  me resta la donna che ogni anno, nell’ultimo martedì prima del periodo di Quaresima, organizzava uno spassoso funerale, con gran divertimento mio e dei bambini del vicolo. Dopo aver costruito un fantoccio riempiendo di trucioli di legno la tuta di lavoro di qualche operaio o artigiano, lo adagiava supino su una carretta e lo portava in corteo per tutto il quartiere gridando a gran voce: “E’ muorto Carnevale!”, seguita da un codazzo di scugnizzi schiamazzanti. Al termine della processione adagiava il fantoccio sui basoli e gli dava fuoco, mentre tutti i partecipanti al funerale, disposti in cerchio intorno al fucarazzo, fingevano di piangere, di stracciarsi i capelli e le vesti. Tra un urlo di dolore e un finto pianto ci scappavano sempre molte  grasse risate. A me Zufunella piaceva tantissimo, anche se per tutto il resto dell’anno non ci avevo a che fare, e mai avrei immaginato che non fosse felice.  Ma un giorno seppi, ascoltando le mezze parole dette sottovoce da mia madre e dalle sue amiche, che era morta. Non di morte naturale, come sarebbe stato normale a giudicare dalla sua indole apparentemente gioviale. No: le donne dicevano che aveva bevuto qualcosa, non ricordo più se liscivia o che altro, e che si era avvelenata. Mettendo fine alla propria vita mise termine pure alla tradizione del funerale di Carnevale, portando con sé un sacco di storie che avrebbero forse meritato di essere scritte.

Il mio primo giorno di scuola

Giocano a trasformarsi in farfalle
ma galoppano come puledri
strisciano come serpentelli
o se ne stanno in un angolo

ruggiscono come leoni
– ridono ad ogni magia –
o hanno paura dell’eco, in palestra.

Soffrono, per la mamma
che non vede l’ora di andar via
e lasciarli da soli; chiamano zia
la maestra, quando sono orfani
e non hanno l’astuccio nuovo
o lo zaino delle tartarughe Ninja.

Si avvicinano e ti toccano
per allacciare il loro cuore
al tuo. Vogliono scrivere,
chiedono che appaia un sorriso
sul foglio riempito a fatica
di segni compìti o arruffati.

Si presentano a Pulcinella e Carmela,
poi staccano loro il collo per troppo
amore (le marionette di Francesco:
che lui non sappia, mai! ) …

Scrivono un nome,  riempiono
di colore un benvenuto; aspettano
che arrivi il proprio turno
per avere attenzione. O scalciano,
perché non hanno ancora imparato.

Stanno in silenzio perfetto
se racconti loro una fiaba.
E quando sono stanchi si chiedono
se la mamma, se il nonno
se la zia verrà, se il pulmino verrà,
se qualcuno verrà … e ti chiedono
– Ma tu lo sai dove abito io?

Poi fanno il treno in doppia fila indiana
per andare via

i bambini, il primo giorno di scuola.

N.d.A. Scritta nel settembre 2006, al termine della mia prima giornata scolastica coi bimbi di prima, e dedicata oggi a quei bimbi, che ho avuto la fortuna di accompagnare lungo il loro percorso nella scuola primaria, che si è concluso venerdì scorso. Il loro primo giorno di scuola fu anche per me un giorno emozionante: intenso e indimenticabile come lo sono sempre tutti i primi giorni delle storie  importanti.
(giugno 2011)