‘A cummara ‘Ntunièlla

La chiamavano tutti ‘Averzàna, perché era nata ad Aversa presumibilmente, ma per Maruzzella era solo ‘a cummara ‘Ntuniella. Delle sue origini, come della sua gioventù, non sapeva nulla. Che lei l’aveva conosciuta già così: una vedova con la faccia segnata da una ragnatela di rughe sottili, due schegge di cielo azzurro conficcate negli occhi, e nell’azzurro i resti di una bellezza lontana.Ogni tanto una crisi del suo misterioso male le rovesciava le iridi altrove, oltre le palpebre spalancate. Allora i suoi occhi erano bianchi e ciechi, e bianca era la schiuma che le colava dagli angoli delle labbra. Dopo ogni crisi restava come inebetita per giorni, persa in quell’altrove in cui nessuno era ammesso ad entrare.

Una piccola crocchia di capelli d’argento fissata alla nuca era la sua abituale acconciatura. E vecchi camici informi, muniti sempre di grandi tasche gonfie di piccole cose, erano gli unici vestiti che le avesse visto addosso. Di lei, Maruzzella non ricordava parole. Solo gesti, e silenzi.

Possedeva l’arte di accendere il fuoco; la pazienza, e il piacere, e il tempo, di preparare il braciere che avrebbe scaldato il suo basso sempre affollato di figli e nipoti.

Le piaceva osservarla, nelle sere d’inverno. Le si metteva accanto, al centro del vicolo, e seguiva i gesti della donna, il linguaggio preciso delle sue mani, incantata ogni volta dal miracolo compiuto da quella vecchia, dai suo fare che sembrava quasi parte di un antico rituale: quasi che lei fosse la vestale di un tempio, quasi come se accendere il fuoco fosse per lei un atto di amore per un Dio noto a lei sola …

A ripensarci adesso, che era donna e aveva molto vissuto, a Maruzzella pareva di essere ancora lì, piantata in mezzo a quel vicolo.

***

Le sue mani diventano nere mentre dispone in un bacile di latta muniglia, cernetura, gravunella e gravune in strati sovrapposti. Nel suo basso si sta abbastanza freschi in estate, ma in inverno si gela. E così, ‘a cummara ‘Ntuniella accende fuochi per scaldare le proprie sere solitarie, prepara braci in modo che si consumino lentamente e conservino vivo il calore rosso del magma sotto l’apparente freddezza grigia della cenere, braci che rendano sopportabili le sue veglie notturne. E ci sa fare: le braci che accende non si spengono che alle prime luci dell’alba.

Sugli strati di carbone forma intrecci di pezzi di legno prelevati per tempo dalla segheria di don Ignazio, il cui largo ingresso, sempre spalancato e sormontato dalle fronde di un vecchissimo glicine, domina la scena come un palcoscenico a sipario aperto. Col beneplacito del padrone della segheria riesce a fare sempre una bella scorta di pezzi di legno, scarti di lavorazione destinati altrimenti alla spazzatura. Don Ignazio ha la sua stessa età, l’ ha conosciuta che era fresca e tosta, ha tenuto sempre simpatia per lei.

Tra i legnetti più sottili, la donna mette pezzi di cartone, che accende con un fiammifero. Poi resta a guardare le fiamme che si sprigionano, che nei giorni di vento rapidamente si attaccano alla legna. Nei giorni di calma piatta, invece, le fiamme si smorzano subito, e dal braciere si sprigiona solo fumo, specie se il cartone è poco, specie se è umido di pioggia. Senza scomporsi, ‘a cummara ‘Ntuniella crea il vento che non soffia: lo fa lei, agitando con energici movimenti regolari un tondo ventaglio di paglia intrecciata, fissato ad un lungo manico di legno. Frustando via il fumo, le sue mani esperte ordinano alle fiamme di levarsi alte.

Una volta avviato, il fuoco consuma voracemente i pezzi di legno, mentre i resti di cartone bruciato se li porta via il cielo. Conservano ancora faville, mentre si innalzano lievi, però si spengono subito e si trasformano in briciole di cenere leggera. Intanto, il carbone sotto la legna si accende di rosso.
La donna rimesta le braci con un lungo cucchiaio di ferro, dando ad esse la forma di un vulcano, e scava un cratere al centro perché il fuoco respiri. Sventola ancora con forza il ventaglio, finché dal braciere nonsi leva più un filo di fumo.

Poi afferra il bacile per i bordi, usando due vecchie pezze di lana per non scottarsi le mani, e se lo porta via.

E Maruzzella sorride contenta, mentre torna a casa. Perché sa di avere imparato molto, dai gesti di quella vecchia donna. E sa che, un giorno, riuscirà a ripetere quei gesti e ad accendere fuochi che scaldino a lungo.

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2 pensieri su “‘A cummara ‘Ntunièlla

  1. Che bello… Un ricordo del passato commovente e tremendamente reale. L’ho letto con una fortissima emozione nel cuore, perché mi ha ricordato una simile vecchietta che si chiamava Violante ma che per tutti era ” ‘a spurtullara ” dato che nel suo basso c’erano sempre decine e decine di sporte piene di pannocchie di mais in estate e di castagne in inverno che vendeva, appunto, cuocendole dalla mattina alla sera, in un pentolone sopra <> Queste sono vere immagini del passato. Ricordi profondamente radicati nella memoria.
    ” ‘A cummara ‘Ntunièlla ” è un brano particolare dove amore, ricordi, sentimenti si sentono ancora in ogni parola.
    Un brano che mi fa riflettere sul percorso della vita e sui ricordi una volta raggiunta una certa età… ricordi legati ad attimi eterni che forse mai più torneranno.

    Muchas gracias por compartir.

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  2. Uff… nel commento è saltata una parte che avevo copiato dal brano stesso e che andava tra le due virgolette … un bacile di latta dove sistemava muniglia, cernetura, gravunella e gravune in strati sovrapposti…

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