Lettera aperta alla Befana

Cara Befana,

ti scrivo perché sei femmina, perché sei vecchia e dimenticata, perché quello stronzo di Babbo Natale si piglia tutta la gloria e gli avanzi delle tredicesime e tu resti in disparte, in coda alle Feste.

I bambini di oggi non ti aspettano più come un tempo, non cercano nei cassetti calzettoni abbastanza grandi da lasciare vuoti e ritirare pieni al mattino, non li attaccano più con le pinze da bucato alle testiere dei letti. Quel panzone del tuo concorrente sleale porta loro in dono calze tutte uguali, tutte rosse, tutte confezionate allo stesso modo, tutte prelevate dagli scaffali degli ipermercati e depositate ai piedi di abeti addobbati di luci elettriche.

Io invece ti aspetto ancora, non ti ho mai dimenticata e sto già scegliendo i miei collant di lana più abbondanti perché tu ti ci perda dentro insieme alla scopa, quando verrai col saccone colmo di caramelle e monete di cioccolato. A tale proposito, ti scrivo per dirti che ti voglio sempre più bene e che a Babbo Natale non ho mai scritto una lettera.

Perché a lui non credo. E’ troppo grande e grosso, pare un pagliaccio tutto vestito di rosso, gli cola il grasso nelle mutande e sembra sempre sul punto di avere un coccolone per quanto è congestionato. Dice che si dà un gran da fare a costruire giocattoli tutto l’anno, ma io penso che passi tutto il tempo a rincorrer sottane, e che i giocattoli li compri all’ultimo momento all’Ipercoop, per risparmiare.

E poi sfrutta le renne. E io, a chi maltratta gli animali, non do soddisfazione!

Tu invece sei un strega smilza e col naso a becco, sempre vestita di nero, e per volare usi soltanto una vecchia scopa di saggina. Sei tutta sporca di fuliggine, come un donna dopo che ha passato l’intera esistenza davanti ad una cucina a carbone. Non ti metti in mostra, non sorridi mai, non vuoi essere vista. E i giocattoli li fai apparire per magia, dal nulla.

Quando ero bambina mi facevi paura. Cercavo disperatamente di addormentarmi prima del tuo arrivo, ma passavo sempre la notte in bianco. Facevo solo finta di dormire, ma non ti ho mai scoperta. Pensavo mi scoprissi tu, che respiravo tranquilla per fare finta. Temevo mi prendessi a legnate, ma non lo hai mai fatto, nonostante tutti dicessero che eri dispettosa e cattiva coi bambini troppo svegli. In qualche modo misterioso, prima che io mi accorgessi del tuo arrivo sei sempre riuscita a lasciare i giochi che avevo chiesto nascosti sotto al letto, e il calzettone pieno fino all’orlo di caramelle e cioccolatini Perugina appeso alla testiera. Ci annegavo tutta la tristezza del ritorno a scuola, in quei dolciumi.

E ci annegavo pure il dolore di veder sparire i giocattoli dopo solo alcuni giorni. Te li riprendevi dopo le feste, chissà mai perché. E li facevi riapparire nei momenti più impensati, sempre nelle grandi occasioni.

Una volta mi hai portato lo stesso bambolotto dell’anno prima, però privo di un occhio. Me lo hai lasciato accomodato in un passeggino nuovo fiammante, di colore blu. A mia sorella hai lasciato un passeggino dello stesso tipo, di colore rosso. E dentro hai lasciato pure a lei il bambolotto dell’anno prima, uguale al mio. Però il suo aveva ancora tutti e due gli occhi, chissà mai perché. Mi vergognavo da morire a portare a spasso il guercio. Io, bimba zoppa, madre di un bambolotto guercio. E un po’ ti ho odiata, perché non mi avevi portato la stessa bambola Furga che camminava e parlava che invece aveva ricevuto mia cugina.

Lei mi ci ha fatto giocare per un po’, con la sua bambola nuova. E l’ho invidiata da morire. Però tornando a casa ho abbracciato mia madre, perché a mia madre volevo bene. E mia cugina una madre non l’aveva, purtroppo per lei. Aveva solo una bambola Furga che parlava e camminava, per potersi consolare dei mancati abbracci. Allora ho pensato che tu eri saggia e buona, e che io non avrei più messo in discussione la tua esistenza e il tuo senso di giustizia. Che a te ci avrei creduto per sempre, anche quando sarebbe toccato a me essere la Befana.

E ci credo ancora così tanto che a volte mi confondo. Sono o non sono la Befana?

Nel dubbio, ti scrivo ancora una richiesta. Per favore, cara Befana, fa’ che il mio amore mi parli ancora. Anche se non sono stata sempre buona e paziente , anche se sono stata cattiva e dispettosa. Anche se l’ho preso a legnate, mentre era sveglio e non riusciva a dormire, e per distrarsi corteggiava una certa Ninni che lo riempiva di fesserie. Che poi la Ninni ero io, solo che lui non lo sapeva, non lo immaginava, non lo avrebbe mai potuto nemmeno sospettare. Un innocente, da me ingannato e vilipeso: fa’ che mi perdoni l’affronto, Befana mia!

E fa’ che non si comporti mai come quello sbruffone puttaniere di Babbo Natale, che sorride dai manifesti, e gli vorresti affidare tutti i tuoi averi, te stessa e i tuoi sentimenti più segreti, intanto che lui si frega la tredicesima!

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3 pensieri su “Lettera aperta alla Befana

  1. Figurati che mia madre nacque un 6 gennaio e che qui dove vivo i regali seri li portano il 6 anche se dicono che siano i re magi… bé, chissenefrega, a me la Befana sta proprio simpatica e ricordo che mi portava sempre anche un po’ di carbone (di zucchero) per ricordarmi che non ero poi così bravo.

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  2. A me Babbo Natale non esisteva ma solo la Befana che la mattina mi faceva trovare sopra il letto il camion ribaltabile e una volta le pistole, le stesse che avevo visto due giorni prima alla festa del patrono e che mi piacevano tanto. A dir la verità non la facevo nemmeno brutta perché una che ti porta regali così belli brutta non può essere. Spero anch’io che il tuo amore ti parli ancora anche se di noi maschi c’è da fidarsi poco che non la contiamo sempre giusta ma parlo per me naturalmente. Viva la Befana.

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