13. Di come Scarrupiéllo mise la testa a posto.

Ora, se c’era un fatto che non aveva bisogno di conferme, agli occhi di Maruzzella, era che il matrimonio tra i suoi genitori fosse uno dei più riusciti al mondo.
Era così il matrimonio perfetto; così lo avrebbe voluto anche lei, quando fosse cresciuta. A distanza di quasi trent’anni e dopo averne passate di cotte e di crude, loro due erano infatti ancora contenti e affiatati. A Vicienzo con gli anni la voglia non era passata, a Luisa nemmeno, e perciò continuavano a far l’amore spesso e volentieri, ma sempre quando i figli piccoli dormivano e dopo che Teresa, la più grande, era andata a casa della nonna. Per farle compagnia, ma pure perché sennò si sarebbe troppo scandalizzata.

Era stato a causa del continuo praticare che avevano messo al mondo la bellezza di otto figli, dei quali due morti da piccoli con grande strazio di Luisa; e che, tra un figlio e l’altro degli otto messi al mondo, ne avevano concepiti altri due che non avevano fatto in tempo a nascere.

Questo perché Vicienzo pensava che fare figli, tenere un figlio in braccio, fosse la medicina più giusta per i nervi di Luisa, schiantati dalla morte di due creature; e pure perché Luisa pensava che fare l’amore col proprio marito, anche a costo di restare sempre incinta, fosse l’unico modo per tenerlo lontano dalle distrazioni e incatenato alla famiglia.

Attraverso numerosi cunti ascoltati a tavola, Maruzzella aveva poi saputo che nei primi due anni di matrimonio, quando Luisa misteriosamente non rimaneva incinta, i genitori avevano seriamente rischiato di separarsi, e che le appiccicate tra le loro famiglie erano state sul punto di trasformarsi in tragedia.

*

Vicienzo e Luisa si erano sposati legalmente durante la guerra, per procura, come tante coppie a quei tempi. E, a guerra finita, avevano celebrato di nuovo le nozze in chiesa e dopo avevano offerto un povero rinfresco ai parenti. Di quella bella giornata restavano due foto: una degli sposi da soli e una coi compari, che erano zi’Giulianiello e zi’ ‘Ngiulina, il cognato e la sorella più amati da Vicienzo.

Nelle foto Luisa era tutta vestita di bianco e teneva una corona di fiori finti in testa, e pure Vicienzo faceva una buona figura, però stavano tutti e quattro seri, come se ridere fosse peccato.
E infatti tenevano poco da ridere. Dopo la festa di nozze avevano continuato a stare ognuno presso i propri genitori, in attesa di mettere da parte i soldi necessari per andare a vivere insieme.

Proprio per la necessità di mettere da parte del denaro Vicienzo si era sposato per procura, quando c’era ancora la guerra, in modo che Luisa, che aveva un fratello prigioniero in Germania e un altro malato, potesse ricevere il sussidio, una piccola somma che spettava alle mogli dei soldati impegnati al fronte. A quel tempo si faceva la fame e il sussidio era stato una mano santa, per la famiglia di Luisa.

Dopo la guerra Vicienzo aveva ripreso a fare il pescatore col padre e dava la parte che guadagnava a bordo a Luisa, pensando che avrebbe risparmiato i soldi per i mobili e per il quartino da fittare. Però molti di quei soldi furono spesi per comprare le medicine a Luisa, che nel frattempo si era ammalata di tifo e si era fatta secca secca: ‘nu spruoccolo, una ‘nfranzesata, sulla bocca di Teresina, gnora gelosa e Sarachèlla.

Vicienzo usciva da otto anni passati tra servizio militare e guerra, e forse non aveva troppa premura di accasarsi. Nei mesi che aveva continuato a vivere lontano da Luisa era pure stato inzolfato contro la moglie da Teresina e dalle zie Sarachelle:
– Muglièreta è ‘na ‘nfranzesata, chella nun è bona a te fà’ nemmeno ‘nu figlio!
– Nun è assignata, te purtarrà ‘mmiéz’ ‘a ‘na via …
– E’ ‘na jatta morta! Pensa sulo ‘a mamma, ‘a sora ‘Ntunetta e i tre frate, e pe’ chesto i soldi tuoje nun abbastano: chella jètteca c”i ddà tutte quante a chilli muorte ‘i famme!
– Te fa fesso, Scarrupié!!
– Tène ‘a furnacèlla scassata, ca l’onore suoje nui n’ a’mme visto!?

A forza di inciuci, tra le famiglie dei due sposi era nato un odio mortale, e alla fine le femmine si erano sfogate dandosi mazzate da cecàte in mezzo al vicolo.
Nel corso di quell’appiccico Luisa ci aveva tenuto a dimostrare di non essere affatto la ‘nfranzesata che tutti pensavano fosse. Cuntava infatti alle figlie, dopo anni e anni da che i fatti erano successi, di avere afferrato per i capelli Mamèla trascinandola a terra e tirandola per le trecce finché alla cognata non erano venute le chieriche, e i suoi capelli le erano rimasti tutti in mano. Solo che poi si era pentita, perché zi’ Mamèla era la sorella più carnale di Vicienzo, loro due erano state compagne fin da bambine e si volevano bene.
– Mamèla se truvatte a purtata ‘i strascìno: je tenevo ‘i niérve e pavatte ‘u justo p’u peccatore!!

A Maruzzella piacevano assai le appiccicate. Quando la mamma cuntava quella storia, a lei pareva di vedere la scena. C’erano tutte le femmine delle sue due famiglie, le vecchie e le giovani: c’erano la nonna Sarachella e la nonna Tracchiosa, le sorelle delle nonne, le figlie e le nipoti, le sorelle-cugine e le nipoti-cugine, che si uccidevano di mazzate e si riempivano di male parole e di bestemmie, di accuse e contro accuse. Se chiudeva gli occhi immaginava i vicini affacciati a guardare lo spettacolo, sentiva gli allucchi e le risate, e in mezzo a tutto quel casino riusciva pure a distinguere le voci delle comari del vicolo che facevano finta di mettere pace.

*
Luisa cuntava che le due famiglie, dopo quell’appiccecata su cui tutto il vicolo aveva fatto i numeri, avevano smesso di parlarsi; e che loro due, gli sposi, in segno di rispetto per le reciproche mamme si erano lasciati. Per qualche mese Vicienzo, stretto tra i due fuochi di sua madre e di sua moglie, aveva smesso di far visita a Luisa e di consegnarle i soldi della parte.
Ma era comunque un uomo sposato, e immaginava che la cosa non sarebbe finita così.
Infatti un giorno Luisa, accompagnata da sua madre, cummà Peppina ‘a Tracchiosa, era andata correndo al Commissariato di Polizia. Scippandosi i micci e piangendo calde lacrime, aveva cuntato al Commissario che il marito non teneva fede agli obblighi coniugali e che l’aveva sposata e abbandonata.

Vicienzo allora era stato chiamato a presentarsi al Commissariato e si era pigliato una bella parte dal Commissario in persona. “Tua moglie vuole sporgere querela; soltanto perché mi sono messo in mezzo io non l’ha ancora presentata!”, ripeteva Luisa alle figlie imitando la voce del commissario Petrella.
” Declino ogni responsabilità sulle conseguenze penali della querela, nel caso l’abbandono del tetto coniugale dovesse continuare!” concludeva alla fine. Poi chiedeva a Vicienzo:
– Scarrupié, ti ricordi commme dicisse tu?
– Commissà, ma quale abbandono! – rispondeva Vicienzo ridendo – Noi un tetto coniugale ancora non lo teniamo perché non ci stanno soldi abbastanza per affittarlo!

– E alla fine Vicienzo se pigliatte accussì paura d”a querela, ca me cercatte scusa a me e a mammema annanze ‘u Cummissario e prummettette ca subbeto se jéva ‘affittà ‘a casa cu mmico. Da chella vota accumminciatte a campà comm”a ‘n’omme ‘nzurato e nun stètte cchiù a sentì ‘i ‘nciuce d”i Ssarachèlle!

Avevano fittato una stanza ammobiliata dalla signora Sesto, che non teneva figli e che in una casa grande dormiva soltanto con un fratello prete. E là avevano fatto il loro primo figlio, che in segno di rispetto a Capadàglio avevano chiamato Leonardo, secondo la tradizione. Senza sapere che poi, morendo, sarebbe diventato ‘u Beneditto. Luisa cuntava che la signora Sesto aveva voluto assai bene a quel bambino, che lo aveva trattato come un nipote carnale.
Dopo la nascita del Benedetto, le due famiglie avevano messo una pietra sopra l’odio e avevano fatto pace.

Luisa però aveva continuato sempre ad addebitare alla suocera Teresina e alla sorella di lei, zi’ Nannina, la crisi che aveva rischiato di mandare all’aria il suo matrimonio. Questo perché, cuntava, nei primi tempi da sposato, quando stava ancora a casa di Teresina Sarachella e lei era malata di tifo e stava a casa di nonna Peppina, Vicienzo faceva vita mondana con gli amici andando a fare festini a casa di zi’ Nannina.

Allora Pozzuoli era piena di soldati tornati a casa dopo anni e anni, giovanotti che si volevano scordare la guerra. Zi’ Nannina faceva la serva alle Terme Puteolane per crescere i figli rimasti senza padre, ma i suoi figli stavano dalla nonna Teresina mentre la loro mamma era a faticare. La casa di zi’ Nannina restava vuota, così vuota da parere sprecata. Allora zi’Nannina la fittava ai giovanotti che si volevano svagare e pure ai soldati che cercavano la compagnia delle belle signorine. Le trovava zi’ Nannina alle Terme, le signorine.

Maruzzella lo seppe così, dalla bocca di sua madre, quando ridendo Luisa si lasciò scappare che, per arrotondare, zi’ Nannina metteva a disposizione la sua casa di sposa vuota a quelle che se la facevano coi soldati, e che l’aveva prestata pure a Vicienzo. E una volta che l’aveva cuntato Luisa aveva finito così:
– Pirciò mammeta te chiammava Scarrupiéllo, pecché faciéve sempe arrepiézze!!

*

“Statte zitta, scema”, aveva concluso Vincenzo facendo finta di arrabbiarsi, e aveva chiuso la discussione. Per fortuna non c’erano altre Sarachèlle a sentire, aveva pensato Maruzzella. Perché, se fosse stata viva la nonna Teresina, e se ‘a Turdeja non fosse stata sorda e vecchia, le comari del vicolo avrebbero avuto altri numeri da giocare al bancolotto!

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3 pensieri su “13. Di come Scarrupiéllo mise la testa a posto.

  1. Per mezzo di amicizie comuni su facebook sono arrivata al tuo sito: ho letto d’un fiato – non mi capita spesso con racconti lunghi – il tuo racconto, molto molto grazioso… che pare quasi di averci vissuto in quella famiglia così chiassosa e colorata! Leggerò volentieri altri tuoi brani, grazie, rosaliamariagelardi (ros@ly)
    p.s. ho afferrato il senso delle espressioni idiomatiche… ma mi piacerebbe comprenderle meglio 🙂

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