5. Ognuno nasce con un nome già scritto addosso.

Ognuno nasce con un nome già scritto addosso, pure se non lo sa.

 Vicienzo, il Sarachiéllo morto nella grande guerra, si chiamava come suo nonno, il padre di suo padre. Le sue quattro sorelle si chiamavano come altre femmine della famiglia: le prime a nascere, Teresina e Assunta, avevano avuto per destino il nome della nonna paterna e di quella materna. Poi era stata la volta di Filumena e Nannina.

I figli nati dopo l’assegnazione dei nomi dei nonni, si pigliavano i nomi che avanzavano: quelli di prozie, prozii, zie, zii, persino fratelli e sorelle morti troppo presto e di cui si voleva mantenere vivo il ricordo. Zi’ Filumena si chiamava come una sorella del padre morta di tifo a quindici anni; zi’ Nannina aveva preso il nome di una sorella di sua madre morta di difterite a sette anni.

Maruzzella lo aveva saputo spiando a zi’ Assunta, la Sarachèlla che parlava più di tutte pure se non la capiva nessuno.

-E io, come chi mi chiamo? – le aveva spiato una volta la nennella presa da un brutto presentimento.

-Comm’ a zìeta Maria, la sorella di tuo padre. E’ morta giovane, appena sposata, teneva 23 anni ed era bella e rispustèra comm’a tte.

-Ih che bellu regalo, il nome dei morti!- aveva esclamato Maruzzella. E zi’ Assunta si era fatta una risatella, come per dire “E che vvuo’ fa’, è accussì…”

 Ma oltre al nome, ognuno era destinato a portare un contranome, un nomignolo che lo identificasse per la parentela, l’aspetto fisico e il carattere. E lì pure c’entrava molto il destino, ma non in modo scientifico come per l’assegnazione del nome.

Il contranome si guadagnava con la vita, non veniva assegnato alla nascita. Da giovani, i figli maschi prendevano il contranome del padre, le femmine quello della madre. E ogni bambino veniva riconosciuto dicendo: “’u figlio ‘i Capadaglio: Capadagliello” “‘a figlia d’a Zellosa: ‘a Zellusèlla”. Poi però, man mano che cresceva e si faceva la sua vita, ciascuno si poteva guadagnare un contranome personale a seconda del suo aspetto, del suo carattere o del mestiere che faceva. Le sorelle Sarachélle erano un caso a parte, perché avevano ereditato il contranome dal padre, e solo perché era morto Vicienzo e non c’era nessun altro a cui Giovanni Sarachiéllo lo potesse trasmettere. E lo avevano mantenuto per tutta la vita, perché  pareva pittare una natura di femmine fuchère, e addosso a lloro stava proprio bene. Solo zi’ Assunta si era guadagnata un contranome aggiunto, e dalle sorelle veniva chiamata “Turdeja” perché aveva avuto in sorte non solo di essere nata fuchèra, ma pure di diventare sorda. Era, delle sorelle, quella che si distingueva su tutte, perché di contranomi ne aveva due. Questa, almeno, era l’idea di Maruzzella. Perché a zi’ Assunta voleva più bene che a tutte le vecchie di famiglia.

 

Tutta la casa della nonna stava dentro un’unica stanza che prendeva luce dalla porta d’ingresso e da una finestra che si apriva sulla stessa parete. Accanto alla finestra c’erano una piccola credenza e un fornello a gas a due fuochi. Serviva solo a fare il caffè  e un poco di latte la mattina, e in inverno pure a bollire l’acqua per riempire le borse di gomma per scaldare il sonno, perchè il braciere da solo non bastava a tenere fuori dal letto il freddo dell’inverno.

Il piatto cucinato alle Sarachèlle glielo portavano a turno Luisa, mamma di Maruzzella e nuora di Teresina, e ‘Ngiulina, l’unica delle due figlie della nonna che abitasse nel vicolo.

Sulle altre pareti c’erano il letto grande, diviso dalla nonna e da zi’ Assunta, e i due lettini dove dormivano Teresa e sua cugina Filomena, le due nipoti ventenni che la notte si tenevano compagnia per vincere la paura di dover fare compagnia a due vecchie con un piede nella fossa.

Ai piedi del letto c’era una cassapanca di legno tarlato e, al centro della stanza, un tavolo quadrato dove Maruzzella faceva i compiti di scuola.

Quella casa, nella fantasia della bambina,  era piena di cunti che aspettavano di essere trovati, e a lei piaceva cercarli pure quando era diventata più grande e aveva imparato a leggere le storie scritte sui libri di scuola.

*

Sulla parete di fronte alla porta ci stavano le fotografie incorniciate di tutte le buonanime di famiglia. Del marito della nonna c’era un bel ritratto di quand’era giovanotto. Teneva un paio di baffoni scuri e una faccia da attore del cinema. Accanto ce n’era un altro di lui da vecchio, con i capelli candidi come la scorza dell’aglio nuovo. Era per via di quei capelli bianchi che di contranome faceva Capadàglio.

Solo quando parlava di lui, la nonna pareva ancora viva: l’occhio morto smetteva di lacrimare, e l’altro perdeva tutta l’acqua che lo appannava e si accendeva di verde cupo.

Al nonno fin da giovane era sempre piaciuto andare ad assistere agli spettacoli dei pupàri, e la nonna cuntava che conosceva a memoria tutte le storie dei cavalieri di Francia. Davanti alla famiglia riunita a tavola per il pranzo della domenica, Capadàglio cuntava sempre di Rolando, di Can’ ‘i Macanza e di Ginèvra, ma solo dopo essersi scolato un paio di bicchieri di vino rosso; e la nonna diceva che era uno spasso sentirlo quando stava un poco stonato. Perché un’altra cosa che gli era sempre piaciuta era il vino. A parte questo, e un mezzo toscano a giornata, non teneva vizi, e campava soltanto per la famiglia.

Il nonno si chiamava Leonardo di nome, ma la nonna lo chiamava sempre col contranome. Era morto da molti anni, nel sonno, quando ancora non era troppo vecchio e teneva molte storie da cuntare.

La sera prima di morire era contento, a tavola si era fatto una bella cantata e aveva pazziato tutto il tempo coi figli e con la moglie. Era andato a dormire un poco fatto a vvino, com’era già successo cento altre volte, e nessuno se n’era dato pensiero. Quando beveva un bicchiere di troppo, cuntava il papà a Maruzzella, il nonno se ne andava a dormire e non dava fastidio a nessuno, e quando si svegliava era tale e quale al giorno prima, con le due guance rosse e i capelli bianchi e i baffi bianchi come la scorza d’aglio. Solo che la mattina dopo la cantata non si era più svegliato. Così, all’improvviso, senza essere stato mai malato.

Quando sentiva suo padre o la nonna Sarachèlla parlare di Capadàglio, Maruzzella pensava che era un peccato non avere potuto conoscere quel nonno: si era persa tutte le storie dei pupi, mannaggia al vino e a chi lo aveva inventato!

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