3. Zi’ Filumena, Sarachèlla coi baffi

Zi’ Filumena, la più giovane delle tre sorelle, era secca come una mazza di scopa e stizzosa come una janàra. Come aggiunta, teneva pure i baffi!
Pur non avendo avuto figli da Gennarino, che l’aveva lasciata vedova da almeno dieci anni, zi’ Filumena non era sola. Si era infatti cresciuta -come fosse figlia sua- Mamèla, una delle figlie di sua sorella Teresina. E, prima di morire a soli quarant’anni, Mamèla le aveva sfornato dieci pronipoti, tre dei quali femmine, che la veneravano come fosse la nonna carnale. Maruzzella non ricordava zi’ Gennarino, che era morto quando lei era appena nata. Zi’ Mamèla, invece, che era la sorella di suo padre, aveva fatto in tempo a conoscerla e a volerle bene perché era morta da un paio di anni, quando lei ne aveva già quattro. Di zia Mamèla ricordava che era bella, con un neo scuro sulla guancia e i capelli raccolti in grosse trecce legate intorno alla testa come una corona; che si era ammalata e poi era morta, e che tutti piangevano al suo funerale; e che Annuccella, sua compagna di giochi nonché sorella cugina, era rimasta senza mamma a soli tre anni.La morte di suo marito zi’ Filumena l’aveva digerita, e diceva che perdere zi’ Gennarino già vecchio era stato un fatto di natura. Ma il lutto per la morte di sua nipote Mamèla, che era sua figlia anche se non lo era, e che era bella e aveva tanti figli ancora piccoli, lei non lo aveva ancora superato. Non riusciva a perdonare il Padreterno per lo schianto che le aveva riservato e diceva che il dolore le sarebbe rimasto vivo fino alla morte.
Perciò era così stizzosa, pensava Maruzzella ogni tanto. E, nonostante ne avesse paura, le voleva pure un gran bene.
Perché zi’ Mamèla era brava e troppo giovane per morire, e non era giusto che il Padreterno se la fosse presa, ma sopra a tutto perché era la mamma di Annuccella.
Una sera di agosto successe il miracolo. Maruzzella prese il coraggio a due mani e spiò pure alla zia janàra il perché e il percome di quel soprannome che era destinata a portare da grande. Prese il discorso un po’ alla larga, per capire che aria tirava.

-‘A zi’, se sta bbuone cca fora, neh?
La vecchia le fece un sorriso; e sotto i baffi comparvero, nella fessura della bocca, due zanne lunghe lunghe, uniche superstiti della bella dentatura che diceva di avere avuto da zita. A quella vista Maruzzella si fece l’idea che quella sera la zia teneva il cuore nello zucchero, e tirò un respiro di sollievo. Si disse che forse era stato il fresco della sera a non farla janàra e sgarbata come al solito, e si sarebbe meravigliata se avesse potuto ascoltare i pensieri della vecchia.
*
Nei due giorni precedenti, dall’alba al tramonto, zi’ Filumena aveva svolto una delle incombenze che toccavano alle donne del vicolo durante la bella stagione: preparare le conserve di pomodoro per la vernata. Anche quell’anno, a Dio piacendo, aveva impartito gli ordini necessari e organizzato le cose con il massimo scrupolo, e a questo pensava quella sera con una certa soddisfazione. Perché gli anni cominciavano a pesarle, e la paura di non farcela aumentava col diminuire delle forze. Una rapida occhiata ai grandi bidoni di ferro in cui erano state disposte le bottiglie e all’acqua in cui erano immerse, le aveva fatto capire che tutto era andato bene, e forse pure meglio degli altri anni. L’acqua ancora fumante era bella pulita, senza traccia di schiuma rossastra: questo significava che le bottiglie erano state ben sistemate dentro i bidoni; che il fuoco di legna era stato acceso, mantenuto costante per ore e poi spento a dovere; che, durante la lunga bollitura, non c’erano stati botti e che nemmeno un poco di sugo era andato perduto. L’indomani mattina, all’alba, le bottiglie sarebbero state tolte dall’acqua, asciugate e messe al sicuro nello stipo, al buio, dove avrebbero atteso fino a Natale. Dopo di che, fino all’estate successiva, i figli di Mamèla avrebbero avuto la salsa per il ragù della domenica, e i filetti di pomodoro indispensabili per la carne alla pizzaiola e le minestre di tutti gli altri giorni della settimana.

*
A questo pensava zi’ Filumena, mentre sorrideva a Maruzzella.
Avrebbe potuto chiamare felicità ciò che provava quella sera, al pensiero che la fatica era quasi finita e che poteva finalmente stare seduta a riposarsi un poco e a godersi il fresco della sera.
Zi’ Filumena avvertiva invece solo uno sfondo di contentezza, e la chiamava priézza perché non sapeva cosa fosse la parola felicità.

-Sine, se sta frische- le rispose sistemandosi i ferretti che le tenevano fermo il tuppo dietro la testa.

*

Zi' Filumena, sul finire degli anni '70 del Novecento, con due pronipoti Vincenzo Tafuto, con la salopette, e Luigi Causa, nel passeggino, e un bambino biondo (Antonio) figlio di Mimèla, una vicina del vicolo
Zi’ Filumena, sul finire degli anni ’70 del Novecento, con due pronipoti Vincenzo Tafuto – quello piccolo, in piedi accanto al passeggino, con la salopette, e Luigi Causa, nel passeggino – e un bambino biondo (Antonio) figlio di Mimèla, la figlia di Carulìna, una vicina del vicolo.
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3 pensieri su “3. Zi’ Filumena, Sarachèlla coi baffi

  1. Ricapitolando, zì Filumena alleva una sorella del padre di Maruzzella. Costei, Mamèla, muore giovane, e dopo aver dato alla luce dici figli, fra cui Annuccella, la migliore amica di Maruzzella.
    Ora, la protagonista del “cunto”, Sherlock Holmes in erba, si accinge ad indagare la personalità della sorella di sua nonna.

    “Le bottiglie”, cioè il procedimento per conservare i pomodori sotto vetro, è un uso ancora in voga dalle mie parti. Salsa e “pacche”. Cioè? Passato di pomodoro cotto, e pomodoro tagliato crudo; bottiglie per l’uno e per l’altro; il tutto nel “cauraro”.

    Nota finale.
    Ho sempre pensato che la lingua scritta sia, in rapporto al senso, un di meno rispetto al dialetto. Perchè, questo, non ingabbiato da regole scritte, può muoversi più liberamente. “Priezza”, secondo me, può tradursi in “contentezza di cuore”, “senso di appagamento”. Una sola parola, laddove la lingua scritta ed ufficiale ha bisogno di una perifrasi. “Felicità”, invece, è un termine vago ed indefinito. Non definito, cioè, in rapporto ad un evento concreto e reale come certamente è l’attività di preparazione delle conserve per tutto l’anno.

    In questo periodo ho poco tempo per leggere; ma credo che, capitolo per capitolo, la saga delle sarachèlle me la leggerò tutta; con calma e per Esteso.

    .

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    • Sei un lettore prezioso: grazie per i tuoi commenti. Anch’io credo nella bellezza della lingua orale e penso che i dialetti vadano riscoperti e riutilizzati per costruire una lingua meticcia: una lingua anche scritta ma che conservi la freschezza delle storie che si tramandavano di padre in figlio, generazione dopo generazione, arricchendosi di particolari nuovi e di molte invenzioni. Anche questo cunto è così: Maruzzella è un personaggio, ma le Sarachelle sono davvero esistite. Molte cose sono vere, ma certe storie sono inventate di sana pianta, oppure sono ricostruzioni fantasiose di storie marginali che si sono intrecciate per brevi tratti con la Storia.

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